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Yuan nel paniere Sdr del Fmi? Le società italiane devono prepararsi subito

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L’ingresso dello yuan nel paniere delle valute di riserva internazionale (Sdr) del Fondo monetario internazionale a partire dal prossimo ottobre non avrà probabilmente impatti drammatici sui mercati finanziari. Le aziende che hanno interessi in Cina, tuttavia, non possono ignorare la notizia ed è bene che comincino a prepararsi.

Le esportazioni italiane verso la Cina sono state pari a 10,5 miliardi di euro lo scorso anno. Erano 9 miliardi l’anno precedente. Il gigante asiatico è tra le dieci principali destinazioni per l’export del Belpaese. Che a sua volta è un mercato molto importante per le merci cinesi che, l’anno scorso, hanno raggiunto quota 25 miliardi di euro. I dati li snocciola Marzio Perrelli, ceo & head of Global banking and markets Italy di Hsbc Bank. 
Un legame forte che non permette di ignorare quanto annunciato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) l’altro ieri. L’inclusione dello yuan nel paniere degli Special drawing rights (Sdr), le valute di riserva internazionale, sarà effettiva solo da ottobre 2016 ma le aziende che hanno interessi in Cina è bene che comincino a prepararsi già ora. “È un’opportunità per le aziende che desiderano crescere all’estero” spiega Perrelli. “La mossa dell’Fmi è un promemoria per tutte le compagnie mondiali: il renminbi deve fare parte della loro strategia“. La domanda di yuan da parte delle Banche centrali è infatti destinata a crescere. Entro il 2025 il 10% delle riserve valutarie saranno in renminbi e man mano che i Paesi incrementeranno il possesso di yuan, aumenterà anche la considerazione della moneta cinese come moneta di riserva affidabile. Aumenterà anche il numero di compagnie che definiranno gli scambi internazionali in renminbi. 
Una crescita di domanda che troverà, sul fronte opposto, una fuoriuscita di capitali dalla Cina. “L’uscita di capitali dal gigante asiatico sta crescendo rapidamente man mano che gli investitori locali diversificano in asset non domestici. Entro il 2020 la cifra di questo movimento dovrebbe raggiungere 1,5 triliardi di dollari secondo Hsbc Research. Il renminbi si troverà quindi impegnato in un tiro alla fune che ne aumenterà la volatilità sia al rialzo che al ribasso. Le compagnie che vogliono fare affari con l’Impero di mezzo non possono rimanere a guardare. I costi potrebbero essere considerevoli anche per chi ha un’esposizione diretta di piccole dimensioni. È la seconda economia mondiale e come tale ha una grande influenza su tutto, dallo stato di salute dei mercati emergenti alle materie prime. Cambiamenti significativi nell’andamento del renminbi possono avere forti ripercussioni sui mercati finanziari, sui flussi commerciali e anche sulle relazioni internazionali”. Se ne è avuto prova questa estate con la svalutazione dello yuan decisa dalla People’s Bank of China (PBoC). 
“Non esiste una ricetta unica – riprende il commento di Hsbc – ogni compagnia deve trovare l’approccio che meglio si adatta alla sua situazione. Un produttore manifatturiero che acquista componenti in Cina, per esempio, dovrà focalizzarsi sul tasso di cambio mentre una compagnia che commercia direttamente con il consumatore cinese dovrà pensare anche ad avere la liquidità necessaria per fare fronte ai suoi obblighi”.