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Westminster dice sì a Brextension, ma no a secondo referendum. Cosa succede ora?

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E ora la parola chiave è Brextension ovvero estensione della Brexit. Tre giorni di passione nel Regno Unito e soprattutto per la Camera dei Comuni, che conclude la settimana dopo aver snocciolato tre verdetti che rappresentano la nuova base da cui ripartire per la Brexit. Base piuttosto malferma, visto che il processo di divorzio del paese dall’Unione europea rimane ancora pieno di incognite.

La prima, la più importante per il futuro dei britannici e dell’Europa, ma anche per tutto il mondo, viste le conseguenze sui mercati finanziari e sui rapporti commerciali, si condensa in una domanda: la Brexit ci sarà o è meglio risfoderare l’espressione Brextinct, ovvero ‘estinzione della Brexit’? E’ quanto temono i britannici che hanno votato per il Leave, e che ora si sentono quasi defraudati. Sui social, inizia a campeggiare, alla luce di quanto ha deciso ieri il Parlamento, il termine Brextension.

Nella serata di ieri, giovedì 14 marzo, la Camera dei Comuni ha approvato infatti la mozione per estendere l’Articolo 50 con 412 voti favorevoli rispetto a 202 contrari.

A questo punto, la premier britannica Theresa May busserà di nuovo alla porta di Bruxelles per chiedere l’estensione dell’Articolo 50, praticamente il processo legale con cui il paese sta divorziando dall’Unione europea.

Affinché l’estensione sia efficace, è necessario che i leader dei 27 paesi dell’Ue (28 con gli UK che rimangono ancora nel blocco) approvino all’unanimità la richiesta. In caso contrario, ci sarà una Hard Brexit il prossimo 29 marzo. Ieri tuttavia non si è votato solo sul rinvio della data del divorzio.

Westminster si è espressa infatti anche sull’opzione di un secondo referendum. E, in questo caso, la bocciatura è stata netta. La mozione è stata bocciata con 334 voti contro 85 favorevoli alla prospettiva di un secondo voto, dopo che il Partito laburista di Jeremy Corbyn ha detto ai suoi parlamentari di astenersi.

Un appuntamento cruciale per il futuro del Regno Unito è previsto per la prossima settimana: la premier Theresa May ci riproverà e, dopo la seconda sonora sconfitta a Westminster dello scorso martedì 12 marzo, quando la sua proposta sulla Brexit concordata con l’Ue lo scorso novembre è stata nuovamente affossata dalla Camera dei Comuni, presenterà di nuovo ai parlamentari la sua proposta per la Brexit. Rischiando, così, una terza umiliazione.

May, che dovrà cercare di convincere 75 parlamentari a sostenere il suo piano, ha già avvertito che, se il Parlamento UK boccerà la proposta per la terza volta, il Regno Unito potrebbe aver bisogno di più tempo per gestire la Brexit: la Brextension sarebbe insomma più lunga, e si verificherebbe anche il paradosso della partecipazione alle elezioni europee da parte dei cittadini britannici. (le elezioni sono previste per la fine di maggio).

Brextension, Theresa May la vuole breve

La premier spera intanto, in vista del terzo voto di Westminster, che il Procuratore generale del suo governo, Geoffrey Cox , possa dare rassicurazioni sulla parte più delicata del Withdrawal Agreement (l’accordo sulla Brexit raggiunto per l’appunto mesi fa dalle controparti UK e Ue): quella rappresentata dal backstop sul confine irlandese.

Tuttavia Cox aveva già detto lo scorso martedì che quelle garanzie vincolanti che May aveva detto di aver ricevuto dall’Europa il giorno prima della sua seconda disfatta, quando si era recata a Strasburgo per incontrare il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, non riducevano il rischio che il Regno Unito rimanesse invischiato nell’Unione doganale anche dopo il divorzio.

La Commissione europea ha intanto diramato un comunicato, in cui si legge che “una richiesta per l’estensione dell’Articolo 50 comporta un accordo unanime tra tutti gli altri 27 stati membri (dell’Ue)”.

La Commissione si è detta aperta a “considerare una tale richiesta, dando la priorità al bisogno del funzionamento delle istituzioni Ue e prendendo in considerazione le ragioni e la durata di una possibile estensione”.

Ieri, inoltre, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha reso noto che chiederà ai paesi leader dell’Unione europea di essere “aperti alla prospettiva di un lungo rinvio della data”  effettiva di uscita degli UK dall’Ue (fissata al 29 marzo), in quanto il Regno Unito potrebbe aver bisogno di più tempo per ripensare alla propria strategia e di ottenere il sì del Parlamento.

Praticamente, Tusk sarebbe a favore di una lunga Brextension, contrariamente a May che preferisce una breve Brextension.

La premier ha precisato dal canto suo l’intenzione di chiedere una breve estensione tecnica dell’Articolo 50 fino al prossimo 30 giugno, se la Camera dei Comuni darà il suo benestare alla sua proposta già bocciata due volte il prossimo 20 marzo.

C’è un’altra opzione che, tuttavia, rimane al Regno Unito: ed è quella di revocare l’Articolo 50. Questo potere è stato riconosciuto dalla Corte di Giustizia europea con una sentenza che ha fatto discutere, e che ha sancito che Westminster può revocare il suo addio all’Unione europea, svuotando praticamente di significato l’esito del referendum del 23 giugno del 2016, con cui la maggioranza del popolo britannico ha scelto il ‘Leave’.

Lo scorso dicembre, la Corte di Giustizia europea “ha stabilito che, quando un paese membro ha notificato al Consiglio l’intenzione di ritirarsi dall’Unione europea, così come ha fatto il Regno Unito, lo stesso paese è libero di revocare quella notifica in modo unilaterale. Questa possibilità rimane in vigore per tutto il tempo in cui l’accordo di divorzio raggiunto tra il Regno Unito e quello stato membro non è entrato ancora in vigore o, nel caso in cui l’accordo non sia stato ancora raggiunto, per tutto il periodo di due anni dalla data della notifica dell’intenzione di uscire dall’Ue, inclusa ogni possibile estensione, non sia ancora scaduto. La revoca deve essere decisa a seguito di un processo democratico che rispetti i requisiti costituzionali della nazione. Una tale decisione inequivocabile e incondizionata deve essere comunicata in modo scritto al Consiglio europeo. Una tale revoca conferma che l’appartenenza di uno stato membro all’Ue rimane invariata riguardo allo status di stato membro, e decreta la fine della procedura del divorzio”.

Su Twitter si sprecano intanto i post con l’hashtag Brextension: