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Wall Street: per ora salva dal frullatore delle trimestrali bancarie

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Se la settimana di contrattazione forse più importante dell’anno dovesse finire così, non si potrebbe non dire che è andata di lusso. A guardarla lunedì scorso faceva tremare le vene ai polsi. Di rientro dal week end l’Europa si era ritrovata quasi col morto in casa. Il riferimento, forse poco elegante, è alla situazione drammatica venutasi a creare con le code di clienti davanti agli sportelli della Northern Rock, quinto istitiuto bancario inglese nell’emissione dei mutui. Le rassicurazioni della Bank of England sulla completa solvibilità della banca e sull’intervento a sostegno, se necessario, da parte delle autorità, sembravano non poter fermare l’ondata di panico impadronitasi dei risparmiatori britannici, un’ondata che se non fermata avrebbe potuto estendersi anche ad altri istituti di credito. Mai come in quel momento la crisi americana dei mutui subprime e il credit crunch sono apparsi così vicini ai cittadini del Vecchio continente.


E si trattava solo dell’inizio di una settimana dove le big del credito statunitense, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Bear Stearns e Goldman Sachs, avrebbero presentato il loro risultati trimestrali con i primi impatti sugli utili derivanti dalle turbolenze abbattutesi sui mercati in estate. E dove, ancor più importante, la Federal Reserve avrebbe deciso come muovere il tasso di interesse di riferimento per arginare la crisi.

A guardarla ora, questa settimana, con gli indici delle principali piazze finanziarie mondiali in rialzo in media di tre punti percentuali rispetto alla chiusura di venerdì scorso, con l’S&P500 giunto a solo un punto e mezzo percentuale dai massimi di area 1.550 punti, con il Nasdaq a poco più del 2% da questa stessa soglia, con il Dax che ne dista circa 5, forse si potrebbe iniziare a pensare che il peggio è davvero dietro alle spalle.


Al di là dell’intervento di Ben Bernanke e dei suoi collaboratori sui tassi di interesse, un taglio a sorpresa dello 0,5% che è stato accolto con i fuochi d’artificio dalle piazze finanziarie, sono state le trimestrali delle quattro grandi banche Usa a soddisfare gli operatori. Non tutte in realtà, ma la paura e le attese erano talmente negtive che i conti sono stati accolti comunque con un sospiro di sollievo. Merito anche del prologo di martedì con Lehman Brothers che ha battuto le attese degli analisti presentando un utile per azione a 1,54 dollari contro le stime a 1,48 dollari, mentre mercoledì Morgan Stanley non si è comportata altrettanto bene. 1,38 i dollari per azione accumulati nel trimestre estivo, meno degli attesi 1,54. Non un disastro, comunque e sicuramente meno grave del capitombolo dei profitti di Bear Stearns, una delle banche maggiormente coinvolte nei mutui subprime e che ha registrato, nel trimestre in questione, utili in discesa del 61%. Meno male che a mitigare gli effetti di quest’ultima brutta trimestrale ci ha pensato Goldman Sachs i grado di chiudere un trimestre addirittura da record, con 6,1 dollari di utile per azione contro attese a 4,3.


Le trimestrali e gli esami, per l’economia degli Stati Uniti non sono certo finiti, una per tutte la trimestrale di Merrill Lynch in uscita il 10 ottobre, ma aver superato indenni questo scoglio può far ben sperare per il prossimo futuro. Anche se dubbi ce n’è ancora, e parecchi. Come ricorda lo stesso Ben Bernanke, che non ha esitato a gettare liquidità sui mercati dal suo elicottero, “le insolvenze sui mutui subprime sono destinate a crescere ancora”, mentre il petrolio sembra voler mettere il suo bastone tra le ruote ai superindebitati consumatori americani salendo sopra gli 80 dollari al barile.