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Wall Street al centro del boom di fusioni e acquisizioni

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Wall Street si aggrappa al boom di fusioni e acquisizioni per provare a esorcizzare i rialzi dei tassi della Fed. I risultati non sembrano tardare: l’indice Dow Jones sta infatti soffrendo molto meno delle previsioni degli analisti. Il merito, in buona parte, è da attribuire alla valanga di matrimoni e scalate finanziarie che sta ridisegnando il volto dell’economia made in USA. Il ritmo è impressionante: a fine giugno l’M&A mondiale superava del 3% il record storico del 2000, anno della bolla speculativa di Internet, livello che gli esperti pensavano avrebbe primeggiato per decenni. Per capire la frenesia che sta accompagnando il fenomeno, basta pensare che il 26 giugno in 24 ore a Wall Street si sono concluse operazioni per 60 miliardi di dollari: Pheps Dodge ha lanciato un’Opa da 40 miliardi su Inco e Falconbridge e Johnson & Johnson ha offerto 15 miliardi per rilevare le attività al consumo della Pfizer. Il boom di ques’anno non è però una replica di quello avvenuto nel 2000. Innanzitutto al centro di accordi e scalate non vi è più il settore hi-tech. Il boom di fusioni e acquisizioni questa volta è guidato dalle tlc con 238 miliardi, seguite dalle banche (189), dai servizi finanziari (171) e dall’elettricità (159). Altra novità dell’attivismo di quest’anno è l’impennata delle offerte ostili, di cui Arcelor è solo la punta dell’iceberg. Gli analisti ora si chiedono quanto durerà questo periodo d’oro per le attività fusione e acquisizione. C’è un moderato ottimismo: il passo della globalizzazione sta accelerando e i grandi player occidentali cercano di consolidare le loro leadership mondiali a suon di Opa. L’unico vero rischio è un eventuale retromarcia dei mercati: se gli indici andassero a capofitto anche il boom di fusioni e acquisizioni potrebbe sgonfiarsi rapidamente.