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Wall Street: 30 anni fa il Black Monday. Record Trump continuano, ma alert crash arriva da Tesoro Usa

Steve Mnuchin avverte: in assenza di una riforma fiscale rischio che sui mercati “il cielo crolli” e il Dow Jones faccia crash. Quanto è reale la minaccia?

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Trent’anni fa, il 19 ottobre del 1987, Wall Street chiudeva una delle sessioni peggiori della sua storia, se non la peggiore: il Black Monday, ovvero il lunedì nero. Il Dow Jones crollava di 508 punti, ovvero del 22,6%, riportando la flessione giornaliera più forte in termini percentuali; tra i titoli scambiati sul listino, American Express chiudeva con un tonfo del 26,2%, Procter&Gamble crollava del 27,8% e Exxon Mobil terminava la giornata scivolando del 23,4%.

Lo S&P 500 terminava la sessione in calo del 20,5%, superiore a un ribasso di 520 punti di oggi, e il Nasdaq lasciava sul terreno -11,4%, equivalente a un calo di 750 punti circa.

Oggi, 30 anni dopo, Wall Street viaggia a livelli record, sostenuta ancora dal fattore Trump.

Dal giorno dell’Election Day che si è concluso con la vittoria del tycoon newyorchese, il Dow Jones è balzato di oltre 4.500 punti: l’ultimo record è stato segnato nella giornata di ieri, con l’indice che ha chiuso al di sopra della soglia dei 23.000 punti, a 23.157,6 punti.

Nei massimi intraday della sessione, il Dow Jones ieri è volato fino a  23.172,93 punti, lo S&P a 2.564,11, e il Nasdaq a 6.635,52 punti.

Ma la domanda, nonostante la carrellata di record, non è stata mai archiviata da quel 19 ottobre del 1987.

Iil Black Monday potrebbe ripetersi ancora? Quali sono le differenze sostanziali tra i mercati di oggi e quelli di trent’anni fa, e quali i meccanismi che potrebbero evitare un crash di tale portata?

Certo, non sono proprio di buon auspicio le dichiarazioni che sono state rilasciate dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin:

“Non ci sono dubbi sul fatto che il rally del mercato azionario sia stato alimentato dalle alte aspettative su tagli alle tasse e su una riforma fiscale da parte nostra – ha detto Mnuchin, nel corso di un podcast su Politico che è stato reso noto ieri – E’ stato alimentato anche dall’ottimismo sull’allentamento della regolamentazione che (i trader) hanno iniziato a vedere, e che credono continuerà”.

Proprio per questo motivo, Mnuchin ha lanciato l’alert sul rischio che, in assenza di una riforma fiscale, “il cielo crolli” e il Dow Jones faccia crash.

Sono state di fatto le speranze sull’arrivo di un bazooka fiscale che hanno permesso a Wall Street di macinare nuovi massimi storici: gli investitori aspettano tagli alle tasse a favore sia degli individui che delle aziende che, in base al piano di Trump, dovrebbero ammontare a $6 trilioni.

Se Munchin è più che cauto, Trump brinda ai rally che Wall Street continua a inanellare. Indicative le dichiarazioni rilasciate nella giornata di ieri:

“Il mercato azionario balza a livelli record, sostenendo le pensioni degli americani che lavorano duramente. Il loro valore cresce ogni giorno”.

Ma, oltre al campanello di allarme che arriva direttamente dal Tesoro Usa, diversi economisti e strategist avvertono sul rischio che i mercati facciano improvvisamente dietrofront e, nel trentesimo anniversario del Black Monday, gli interrogativi diventano quasi un diktat.

Intervistato da Reuters Art Hogan, responsabile strategist dei mercati presso Wunderlich Securities, a New York, afferma che un crollo del 20% in un giorno è tuttora possibile: tuttavia, lo stesso parla anche di un sell off che avverrebbe in modo meno caotico. Come?

Proprio in risposta al crash del 1987, la Securities and Exchange Commission – ovvero la Consob americana – diede vita alla creazione dei cosiddetti “circuit-breakers”, ovvero alle interruzioni temporanee del trading in caso di perdite del Dow Jones pari al 10-20-30%.

In base alle regole attuali, e dopo un aggiustamento dei circuit breakers avvenuto nel 2012, se oggi lo S&P 500 crollasse di oltre -7% prima delle 15.25 ora di New York (dunque prima del suono della campanella al Nyse), le contrattazioni verrebbero interrotte per 15 minuti.

Se il crollo continuasse con il riavvio delle negoziazioni, e non fossero ancora le 15.25, si avrebbe una nuova pausa in corrispondenza di un ribasso del 13%.

Se la flessione si manifestasse, invece, dopo le 15.25, le contrattazioni continuerebbero.

Ma se la flessione si intensificasse fino a -20%, il trading verrebbe sospeso per tutta la sessione, a prescindere da che ora fosse.

Diverse misure, tra quelle attuali, sono state rese esecutive dopo il “flash crash” del maggio del 2010, quando il Dow Jones perse quasi 1000 punti, il 9% circa, nell’arco di pochi minuti, prima di recuperare terreno in un lasso di tempo altrettanto breve.

Nel 2012 la Sec approvò la regola del “Limit-Up Limit Down”, che impedisce alle azioni di sforare una forchetta di trading stabilita in base ai prezzi recenti, e che sospende le contrattazioni dei titoli in questione nel caso in cui lo sforamento dovesse comunque verificarsi.

Tuttavia, non tutti sono sicuri che le misure di sicurezza che sono state adottate per prevenire un crash in stile Black Monday bastino a evitare il peggio. Soprattutto con un Dow Jones che supera per la prima volta nella sua storia la soglia dei 23.000 punti, e la realtà dell’high-speed automated trading.