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Verso trade war a tutto campo: le armi economiche (e non solo) in mano a Usa e Cina

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Escalation delle tensioni commerciali tra Usa e Cina dopo il botta e risposta di ieri. Trump ha deciso di tirare nuovamente la corda e ha in serbo altri dazi che potrebbero rendere le tensioni ancora più alte.

Gli Usa dal prossimo 6 luglio applicheranno dazi del 25%, per un totale di 50 miliardi di dollari, su una serie di prodotti tecnologici made in China. L’intento di Trump è contenere l’avanzata della concorrenza cinese in ambito tecnologico, ma una trade war non conviene nè al tycoon Usa nè a Pechino.

Repentina la reazione di Pechino che ha annunciato il lancio immediato di misure di tassazione “della stessa forza e della stessa portata” sui prodotti statunitensi. La Cina non desidera una trade war, ma deve tutelare i suoi interessi e il ministero del Commercio della Repubblica Popolare ha dichiarato che i precedenti accordi raggiunti durante le negoziazioni sono da considerarsi nulli. Secondo indiscrezioni raccolte da Reuters, la Casa Bianca starebbe ultimando un’altra proposta di dazi su ulteriori 100 miliardi su importazioni cinesi, la cui discussione potrebbe cominciare a breve. 

I tempi intervenuti per l’approvazione di questa prima tranche di dazi lasciano intendere che il secondo round arriverà entro un paio di mesi. Le tensioni sul trade stanno decisamente crescendo. “Finora, i dazi deliberati sono di entità ridotta, e l’impatto economico è marginale. Ma, come al solito, più che il livello, conta il trend. A forza di rappresaglie, le frizioni commerciali possono arrivare a causare danni economici rilevanti”, rimarca Giuseppe Sersale, Strategist di Anthilia Capital Partners Sgr.

L’Ocse ha stimato che un aumento permanente del 10% dei trade costs può costare in termini di PIL globale circa l’1% nel medio periodo. Ieri il direttore dell’Fmi Christine Lagarde ha avvertito che decisione di Trump di imporre nuovi dazi doganali minaccia il commercio globale e rischia di alimentare ritorsioni dai paesi colpiti dalle tariffe, oltre a danneggiare l’economia Usa.

Trump potrebbe puntare a un accordo da sbandierare prima delle elezioni di midterm


La tattica di Trump “aggredisci e poi tratta” è ormai nota e Pechino sta muovendo di conseguenza perché una guerra commerciale non conviene a entrambe le parti. Entro qualche settimana potrebbe quindi riprendere le negoziazioni, per giungere ad un accordo che Trump potrebbe sbandierare in campagna elettorale per le Midterm Elections di novembre.

Se invece Washington e Pechino andassero effettivamente allo scontro frontale, Trump sembra avere più assi nella manica guardando ai fondamentali economici. Gli Usa hanno un deficit bilaterale da 370 miliardi sul quale elevare dazi; e soprattutto l’economia vive un ottimo momento di forma a cui si aggiungono armi indirette quali politica monetaria e Dollaro da mettere in atto per rendere la vita difficile a Pechino.

“La Cina ha 1,3 trilioni di Treasuries USA– sottolinea Giuseppe Sersale – ma il loro utilizzo come arma di ricatto è più complicato delle apparenze. Volendo invece guardare al cambio come arma di rappresaglia, è ancora fresco nella memoria l’effetto della svalutazione di agosto 2015”.

“Detto questo Trump bene o male è a capo di una democrazia. In altre parole, deve temere l’impatto, sul suo consenso elettorale, delle contromisure di Pechino. Ad esempio, un embargo cinese ai prodotti agricoli USA gli inimicherebbe gli agricoltori, e cosi per il settore trasporti, chimico etc”, argomenta Sersale che aggiunge: “Le autorità cinesi, per contro, non devono temere movimenti di breve del consenso popolare. Oltre a ciò, il loro controllo dell’economia è tale che possono, nel breve, bilanciare gli effetti dei dazi, con lo stimolo fiscale, sia pure al costo di un aumento degli squilibri di lungo periodo”. La Cina può contare inoltre su 1,4 miliardi di consumatori, contro i 320 milioni di americani, sia pure assai più ricchi.