L'uscita dall'Euro della Grecia? L'Unione monetaria non ne sarebbe danneggiata più di tanto

Inviato da Alessandro Piu il Mer, 16/05/2012 - 12:38
Una eventuale uscita della Grecia dall'Eurozona rappresenterebbe un grave precedente ma potrebbe non comportare danni eccessivi all'Unione monetaria. All'indomani della convocazione di nuove elezioni in Grecia in scia allo stallo scaturito dal voto del 6 maggio riportiamo un estratto del commento settimanale di Giorgio Mascherone, responsabile investimenti Italia per Deutsche Bank.

Difficile oggi prevedere cosa significherebbe per il Paese ellenico tornare ad una svalutatissima dracma e a quali vantaggi comporterebbe per i suoi cittadini; una nazione che ha una produzione industriale trascurabile e che si fonda sulla pubblica amministrazione e sul turismo rischierebbe di trarre ben pochi benefici da un subitaneo e temporaneo aumento della competitività; per contro l'Unione monetaria non ne sarebbe danneggiata più di tanto, certo sarebbe un pericoloso precedente (sinora nemmeno contemplato dagli accordi di Maastricth) ma, aldilà di un inevitabile aumento della volatilità nel breve periodo per la divisa continentale, nel medio - lungo ci sono più probabili prospettive di un rafforzamento della stessa (il tasso di cambio dell'euro è, di fatto, una media delle forze delle economie dei Paesi membri, e la Grecia non è certamente tra quelli che lo rendono più forte...).
Il problema più severo per il Vecchio continente è e rimarrà, piuttosto, la bassa crescita, con molte nazioni che si trovano a fronteggiare una nuova recessione che, seppure molto più leggera di quella del 2008, arriva a colpire economie indebolite e con poche armi (capacità di incrementare la spesa pubblica o di ridurre il costo del denaro) a disposizione. Più in generale però, come detto in apertura, l'economia globale sta tenendo, gli indici azionari hanno perso tra il 5 ed il 7% in media nell'ultimo mese ma, salvo alcune eccezioni, rimangono solidamente positivi dai minimi dello scorso autunno ed è opportuno non farci guidare dal sentiment negativo delle ultime settimane; la solidità dei bilanci delle imprese è incontrovertibile, ed i livelli dei prezzi odierni non rispecchiano la realtà dei fondamentali. Due sono quindi gli scenari in questo momento possibili in Europa: il primo, più probabile, vede prevalere l'attuale piano di austerity e risanamento per i Paesi periferici, vedrebbe ancora problemi nel mercato del lavoro e consumi stagnanti con una deflazione "de facto" soprattutto nel sud dell'Europa ma, seppure molto lentamente, assisteremmo poi ad una lenta ripresa della fiducia e, con essa, ad un generale miglioramento dei parametri fondamentali; in queste condizioni, nell'immediato, a prevalere sarebbero le utilities, i consumi non discrezionali e la tecnologia e, naturalmente, sarebbero sempre da favorire la Germania e gli altri Paesi nordici; il secondo scenario, che si accenderebbe con l'uscita di uno o più Paesi membri dall'area dell'euro provocherebbe certamente un aumento dell'inflazione nei Paesi che dovessero tornare a "battere" la propria moneta, sarebbe una situazione molto negativa per l'azionario che perderebbe rapidamente terreno (soprattutto le banche e l'industria) a favore dei classici "safe assets" (bund, treasury, oro e, in qualche misura anche petrolio ed energia in generale), salvo ritornare a crescere altrettanto bruscamente non appena l'economia ritornasse a trovare un nuovo equilibrio ed una normalizzazione dei consumi e degli investimenti. Una situazione ancora abbastanza complessa dunque, per questo è opportuno, almeno per qualche tempo ancora, per l'equity privilegiare le aree geografiche meno colpite dalla crisi europea, come gli Stati Uniti, i Paesi emergenti e, con maggiore attenzione, anche il Giappone.
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