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Usa: produttori di shale oil in diminuzione, ma lontani dall’essere sconfitti (analisti)

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“Il prezzo del petrolio dovrebbe assestarsi in area 50-55 dollari USA al barile, ma ha un potenziale di rialzo sul medio termine” E’ questo il commento di Christophe Bernard, Chief Strategist di Vontobel che in un report dal titolo “L’oro nero dopo la bonifica del mercato” fa il punto della situazione sul mercato petrolifero analizzando in particolare quali sono state le conseguenze dell’introduzione dello shale oil americano sul mercato internazionale.

La fratturazione idraulica o “fracking” – commenta l’esperto – ossia il metodo inventato negli USA per estrarre dalle formazioni rocciose giacimenti di petrolio e gas altrimenti inaccessibili, è passata inizialmente inosservata, almeno fino a quando non ha rivoluzionato l’intero settore. Questa tecnologia, che ha consentito agli USA di liberarsi dalla loro dipendenza dalle importazioni di petrolio, ha un impatto altrettanto importante come le auto senza conducente o le applicazioni per ordinare un taxi.”

L’industria petrolifera, e il settore shale americano, per sopravvivere al repentino crollo dei prezzi del greggio registrato negli anni passati ha tagliato in maniera significativa i costi di produzione aumentando allo stesso tempo la produttività. I risultati sono stati impressionanti: “i costi di produzione unitaria nel ramo shale americano sono diminuiti del 40 percento negli ultimi 18 mesi grazie a standardizzazioni, semplificazioni e pressioni sui fornitori. 

All’attuale livello di 50 dollari al barile, gli operatori del Bacino Permiano del Texas riescono a coprire i loro costi. Di conseguenza, il numero delle trivelle è tornato a salire il che indica una stabilizzazione a breve termine della produzione americana. Un elemento essenziale è che, dopo un’ondata di insolvenze tra le società più deboli, gli operatori shale più solidi continuano ad avere accesso al credito, soprattutto sul mercato americano delle obbligazioni societarie ad alto rendimento. Grazie alla sua forza e alle sue dimensioni, il mercato finanziario americano permette alle imprese sane di continuare a finanziare la loro attività, impendendo un crollo della produzione USA”.

Domanda di petrolio ancora in aumento
La previsione dell’analista relativamente al prezzo del petrolio è per un probabile movimento all’interno di un range ristretto di 50-55 dollari USA, “con una buona probabilità di sforare al rialzo questa soglia sul più lungo periodo. Il motivo è che, nonostante il recupero, i prezzi non incentivano abbastanza le imprese a sfruttare nuovi giacimenti. Allo stesso tempo il petrolio rimane un bene molto richiesto: la domanda cresce ogni anno in media di 1 milione di barili al giorno. L’impatto delle auto elettriche sui consumi di carburante non si farà sentire prima del 2025.”

Per i mercati finanziari, la stabilizzazione del prezzo del petrolio a circa 50 dollari USA è chiaramente positiva. “Ciò vale soprattutto per i paesi esportatori, le relative valute e il settore petrolifero. Inoltre, il rimbalzo dei prezzi del petrolio inizia a stimolare l’inflazione primaria in molte regioni, attenuando i timori di deflazione mondiale. Se (con un grosso accento sul “se”) questo dato avrà un impatto anche sulle cifre dell’inflazione “core”, esso potrà aiutare le banche centrali a raggiungere i loro obiettivi di inflazione e consentire una normalizzazione delle politiche monetarie” conclude l’analista.