Usa: la Camera approva l'accordo, ora si attende voto al Senato. Ma l'euforia svanisce

Inviato da Valeria Panigada il Mar, 02/08/2011 - 09:10

Sì della Camera al piano anti-deficit. L'accordo sull'innalzamento del tetto del debito, raggiunto domenica notte tra i democratici e i repubblicani per evitare il default tecnico, ha passato il primo esame del Congresso, con il voto favorevole della Camera. Ora la misura dovrà ottenere l'approvazione del Senato, che si esprimerà entro oggi in modo da rispettare la scadenza del 2 agosto fissata dal Tesoro. Ma passata l'euforia iniziale, si sollevano i primi dubbi e malcontenti tra i leader politici mentre ritorna la preoccupazione per la crescita dell'economia a stelle e strisce con un possibile declassamento del rating dietro l'angolo.

Ieri sera, la Camera ha dato il via libera al piano, con 260 voti favorevoli e 161 contrari. Secondo Bloomberg, sono stati 95 i democratici ad approvare l'accordo e 66 invece i repubblicani contrari. Tra questi, è stata soprattutto l'ala più conservatrice, quella dei Tea Party, a non accogliere bene la manovra che prevede di alzare il tetto del debito di 2.100 miliardi di dollari, garantendo così al Tesoro risorse fino al 2013, e di ridurre la spesa pubblica di 1.000 miliardi di dollari a cui seguirà un secondo taglio da 1.500 miliardi di dollari.

Entrambe le parti, democratici e repubblicani, si dicono soddisfatti di aver trovato un accordo che salvi il Paese dal rischio default ma scontenti dal punto di vista politico per il compromesso che si è dovuto accettare. Malcontenti e dubbi condivisi anche da alcuni analisti. Quelli di Ing sono convinti che un declassamento del rating da parte delle agenzie non sia scongiurato, anzi. "La tripla A degli Usa non è assicurata a causa di un possibile declassamento che avrebbe conseguenze molto negative sull'economia". Secondo il broker olandese, l'accordo raggiunto ieri notte manterrà il rating del Paese stabile per almeno tre mesi, ma se si dovesse verificare qualche intoppo o disaccordo tra i leader nell'individuare e applicare i tagli di spesa previsti nel secondo round (pari a circa 1.500 miliardi di dollari), allora ecco che scatterà la sforbiciata da parte delle agenzie di rating.

Dello stesso parere anche Barclays, che prevede un possibile downgrade nel quarto trimestre dell'anno. Secondo la banca d'affari inglese, infatti, il piano approvato non tiene conto della possibile riduzione del tasso di crescita del Pil americano, che potrebbe vanificare le misure prese. E proprio sulla crescita si dirottano le maggiori preoccupazioni del mercato. Il primo campanello d'allarme è suonato venerdì scorso con la lettura preliminare del Pil relativo al secondo trimestre, in progresso dell'1,3% contro un rialzo atteso dell'1,8%. Ancora più preoccupante è stata la drastica revisione del dato sul primo trimestre: dal precedente +1,9% il Pil è stato rivisto al +0,4 per cento. E ieri a deludere ci ha pensato l'indice Ism manifatturiero sceso a 50,9 punti contro i 55 attesi. Al di sotto dei 50 si entra in contrazione.

La preoccupazione si è riflessa sulla Borsa di New York. Dopo un buon inizio in scia dell'approvazione del piano anti-default gli indici hanno rallentato tanto da chiudere in calo. Il Dow ha terminato con un -0,09% a 12.132,49 punti, rosso dello 0,41% dello S&P500 a 1.286,49 e -0,43% per il Nasdaq a 2.744,61.

COMMENTA LA NOTIZIA