1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Mondo ›› 

Usa: il braccio di ferro va avanti. Lo “shutdown” è sempre più probabile

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN
L’incubo-shutdown sta per materializzarsi.  L’ora X è fissata per domani alle 12:01 (fuso di Washington) quando, se non sarà ancora stato trovato un accordo tra democratici e repubblicani sul bilancio federale, l’esecutivo statunitense dovrà “chiudere bottega”.  Questo perché il governo federale necessita dell’autorizzazione del Congresso per spendere i propri fondi e non può farlo in mancanza di una legge finanziaria (negli Stati Uniti il 30 settembre termina l’anno fiscale).

Come si è arrivati a questo punto?
Il problema, già emerso più volte nel corso dell’amministrazione Obama, è rappresentato dal fatto che i repubblicani sono in maggioranza alla Camera bassa e possono quindi influenzare (e spesso bloccare) il processo decisionale dell’esecutivo. In questo contesto l’approvazione del nuovo budget è stata subordinata al rinvio di un anno dell’entrata in vigore dell’Obamacare, la riforma sanitaria tanto cara al presidente statunitense. Ovviamente i democratici non sono disposti a vedersi “annacquata” una delle poche riforme degne di questo nome e spingono per l’entrata in vigore immediata.

Conseguenze
Se, come appare sempre più probabile con il passare delle ore, il bilancio non sarà approvato, sarà imposto lo stop a tutti i servizi definiti “non essenziali”, ossia tutte le attività federali ad eccezione dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale (ai quali sarà assicurato il c.d. “mantenimento”). Lo “shutdown” dovrebbe riguardare circa 800 mila dipendenti pubblici: per molti scatterà il congedo temporaneo non pagato, ferie non retribuite, mentre agli altri sarà chiesto tempo per ricevere il proprio stipendio.

Dal 1979 ad oggi lo stop alle attività di governo è già scattato 17 volte e nella maggior parte dei casi si è trattato di pause di breve entità. L’ultimo caso risale al 1996 e rappresenta un’eccezione della regola visto che le attività governative del governo guidato da Bill Clinton vennero bloccate per più di un mese.

“Per quanto il tempo non sia ancora scaduto le possibilità che venga evitato lo shutdown sono rare a questo punto. Le conseguenze immediate risulterebbero in posti di lavoro temporaneamente sospesi, calo della produzione economica, della spesa dei consumatori, delle vendite al dettaglio“, ha commentato Michael Hewson, Senior Market Analyst di Cmc Markets.

Per ora l’avvicinarsi dello “shutdown” sta penalizzando i listini azionari, attualmente S&P e Nasdaq fanno rispettivamente segnare un -0,5 e un -0,1%, le quotazioni del greggio, sceso ai minimi da inizio agosto a 101 dollari il barile, e il biglietto verde che ha visto l’indice del dollaro toccare 80,03 punti, il livello più basso dallo scorso 13 febbraio. Finita (almeno per ora) l’epoca dell’oro (-0,8% a 1.328$/oncia) come bene rifugio, a canalizzare la voglia di sicurezza degli operatori ci stanno pensando i Treasury decennali (il cui rendimento è sceso al 2,59%, il minimo da quasi due mesi) e la divisa nipponica (che ha spinto il cross con il dollaro su livelli che non si vedevano da fine agosto a 97,49 yen).

È ora di alzare il tetto del debito
Al di là dell’Atlantico non c’è possibilità di annoiarsi perché una volta passata l’emergenza “shutdown” all’orizzonte già si intravede la controversia relativa l’innalzamento del tetto del debito, oggi fermo a 16.700 miliardi di dollari, che dovrà essere risolta entro il prossimo 17 ottobre.