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Unicredit in controtendenza: nel 2012 si avrà un generale miglioramento

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Unicredit ha presentato oggi a Milano il proprio Outlook 2012. Non è stato uno dei tanti appuntamenti simili che si susseguono con regolarità ogni anno a cavallo tra dicembre e gennaio. Questa volta l’Ufficio Studi di Piazza Cordusio, capitanato dal Global Chief Economist Erik Nielsen, ha lanciato una vera sfida agli altri economisti: a loro avviso l’anno iniziato da ormai un mese non sarà caratterizzato da un marcato calo del Pil come sostenuto a più riprese da molti altri economisti, in primis quelli della Banca Mondiale e dell’Fmi.
 
<strong>Nel 2012 non ci sarà recessione in Europa</strong>
 
Per gli esperti della banca italiana nel corso del 2012 il Pil dell’Eurozona salirà dello 0,6% mentre quello mondiale segnerà un progresso medio del 3%. Certo, si tratta di valori notevolmente inferiori rispetto al +1,6% e al +4,25% con cui è stato archiviato il 2011, tuttavia è molto meglio del segno meno che campeggia su tutte le altre stime.
 
A far propendere l’Ufficio Studi di Unicredit verso questa possibilità vi sono essenzialmente due variabili. La prima, forse la più significativa, è la quantificazione dell’impatto negativo sul Pil dei diversi Paesi dell’Eurozona delle misure di austerità adottate nei mesi scorsi. La seconda invece fa riferimento agli effetti positivi sull’economia del Vecchio Continente di un nuovo calo del cross euro dollaro. Gli esperti dell’istituto milanese si attendono che la moneta unica europea scenda entro la metà dell’anno fino in area 1,15.
 
“Nelle nostre previsioni abbiamo stimato una contrazione del Pil dell’Eurozona dovuto al taglio alla spesa degli Stati nell’ordine dello 0,7% nel 2012 e dello 0,5% nel 2013”, ha sostenuto a riguardo Erik Nielsen evidenziando come “al momento risulta strano ipotizzare cali superiori al punto percentuale in quanto si andrebbe fuori dalla media storica”.
 
Quanto al cross euro/dollaro, il vecchio Chief European Economist di Goldman Sachs ha ricordato che “in passato ad ogni deprezzamento del 10% del valore dell’euro nei confronti del Greenback ha fatto seguito un incremento dello 0,7/0,8% del Pil dell’Eurozona”. Ipotizzando un cambio a 1,15 e facendo un confronto con il valore medio del 2011, “il Prodotto interno lordo dell’Area euro potrebbe così trovare un contributo positivo pari all’1,3% entro fine anno”.
 
Questo elemento è senza dubbio favorevole alle azioni, “che in genere anticipano il progresso del Pil di 6 mesi”. Vedendo l’andamento dei principali listini azionari nelle ultime settimane, la visione di Nielsen e del suo team sembra trovare dei riscontri pratici.
 
<strong>Nel 2011 non c’è stato il credit crunch che si è verificato dopo Lehman</strong>
 
Indubbiamente a contribuire al recupero dei mercati e ad un clima più sereno dal punto di vista obbligazionario ha inciso il cambio di marcia della Bce targata Mario Draghi. In vista del prossimo 29 febbraio gli economisti di Piazza Cordusio stimano 400/500 miliardi di euro la nuova richiesta di liquidità che gli istituti di credito faranno alla Banca centrale.
 
“Il sistema bancario non ha bisogno di eccessi, 400/500 miliardi possono bastare”, ha dichiarato Marco Valli, Chief Eurozone Economist di Unicredit, secondo cui “1.000 miliardi sarebbero troppi, anche perché non si saprebbe cosa farne”. Adesso tuttavia è necessario vedere gli effetti concreti delle decisioni prese da Draghi, “ma storicamente ci vogliono ¾ mesi prima che il favorevole costo del denaro si traduca in termini positivi per le aziende sul mercato”.
 
Nella stessa direzione va il pensiero di Luca Cazzulani, Senior Fixed Income Strategist di Unicredit. Per l’esperto le tensioni degli ultimi mesi del 2011 non hanno portato “al credit crunch che si verificò in occasione del collasso di Lehman Brothers, anche se hanno visto il costo di finanziamento salire notevolmente”.
 
Il peggio anche in questo caso dovrebbe essere alle spalle secondo l’Ufficio Studi di Piazza Cordusio. “A nostro avviso lo spread tra Btp e Bund dovrebbe continuare a scendere, fino a portarsi stabilmente sotto la soglia dei 400 punti” annota Cazzulani, evidenziando come “le aste di titoli di Stato italiani nel mese di gennaio sembrano aver segnato l’inversione del trend”. Il costo medio del funding dell’Italia in questi primi 31 giorni si è infatti attestato a circa il 3%.
 
<strong>Il Portogallo non è la Grecia, ma Atene non fallirà</strong>
 
Diversa l’aria in Portogallo, con il decennale che oggi si è mantenuto su livelli di interessi particolarmente elevati. Sopra il 15%. “Non si può però fare un parallelo con la Grecia”, sostiene Valli che vede differenze tra Atene e Lisbona “sia sul fronte dell’indebitamento, nell’ordine del 190% del Pil in Grecia e di circa il 100% nella penisola lusitana, sia sul fronte delle risposte politiche finora adottate dai due Paesi”. Per nessuno dei due Paesi è previsto al momento un default.
 
L’esempio spagnolo, con il nuovo esecutivo che solo ieri ha dichiarato che non centrerà i target 2012 annunciati, e quello di altri Paesi periferici dell’Eurozona hanno portato infine gli economisti di Piazza Cordusio ad evidenziare come, anche grazie all’esempio del Governo Monti, “il rapporto debito/pil non è e non può essere l’unica variabile da prendere in considerazione”. Viceversa, “si deve pensare anche alla crescita, senza la quale gli sforzi per ridurre il ratio rischiano di essere nulli”.
 
Marco Barlassina e Riccardo Designori