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Trump bombarda la Siria. Nessun panico mercati: rally a Dubai, Abu Dhabi, Riyad

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Panico sui mercati? Non proprio, stando a quanto si legge negli schermi stamattina. L’impressione è che l’azionario non sia rimasto tanto impressionato dai bombardamenti di Usa, Francia e UK in Siria. D’altronde, gli attacchi sono stati mirati, chirurgici nella loro precisione, sferrati contro i siti dell’arsenale chimico del presidente siriano Bashar al-Assad.

A confermare l’assenza del panico sono stati i diretti interessati, ovvero i mercati arabi, con il principale indice azionario di Dubai -il DFM General Index – che ha riportato il rally più forte da giugno nella sessione di domenica, avanzando dell’1,8%; solidi acquisti anche sull’ADX General Index di Abu Dhabi, salito fino a +1,3%, al record di chiusura dall’agosto del 2015.

La borsa di Ryad, in particolare l’indice Tadawul dell’Arabia Saudita, è salito anch’esso, dopo aver sofferto mercoledì scorso la perdita più forte dallo scorso ottobre,  sulla scia dei commenti di Donald Trump, che avevano preannunciato l’attacco contro la Siria.  Il listino ha segnato un rally dell’1,9%, al record da giugno.

L’inizio della settimana vede gli indici azionari contrastati a livello globale, ma una cosa è certa: nessun sell off pesante collegato ai bombardamenti in Siria.

I trader sono stati sollevati dal fatto che gli attacchi sono stati contenuti e limitati ai target dell’arsenale chimico del presidente al-Assad.

La situazione rimane comunque molto fluida: nelle ultime ore è arrivato l’avvertimento del presidente russo Vladimir Putin che, in una telefonata alla controparte siriana, ovvero ad Hassan Rouhani, ha affermato che, “se tali azioni compiute in violazione della Carta Onu continueranno, porteranno inevitabilmente al caos nelle relazioni internazionali”.

La possibilità che gli Usa tornino a bombardare la Siria è inoltre sempre aperta, visto che è stata la stessa ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ad affermare che l’America sarebbe “pronta e carica a colpire”, nel caso in cui Assad sferrasse nuovamente un attacco chimico. Intanto, è tensione Washington-Parigi, con gli Usa che hanno smentito il presidente francese Emmanuel Macron, che ha detto nelle ultime ore di aver convinto Trump a restare in Siria nel lungo termine.

L’ATTACCO IN SIRIA

Alla fine Trump ha dato seguito alle proprie minacce, sostenuto dalla Francia di Emmanuel Macron e dal Regno Unito di Theresa May. Gli Usa sono passati dalle parole ai fatti, bombardando la Siria il 14 aprile ora locale. Obiettivo: colpire L’arsenale di armi chimiche del governo di Bashar-al Assad.

L’annuncio è arrivato dallo stesso Donald Trump che, in un discorso rivolto agli americani proferito attorno alle 21 ora di Washington (le 3 di notte in Italia), ha dato la notizia in prima persona:

“Poco fa ho ordinato all’esercito americano di lanciare attacchi mirati su target associati con l’arsenale di armi chimiche del dittatore sitiano Bashar al-AssaD. Una operazione combinata con le forze militari di Francia e del Regno Unito è al momento un corso. Vogliamo ringraziarli entrambi”.

I missili hanno attaccato le basi e i centri legati alla presunta produzione di armi chimiche a Damasco e Homs. Tre gli attacchi distinti.

Il capo del Pentagono James Mattis ha reso noto che il numero delle armi dispiegate è stato poco più del doppio rispetto a quello delle armi utilizzate lo scorso anno (59)”, aggiungendo: “Siamo stati molto precisi, con attacchi proporzionati ma, allo stesso tempo, l’attacco è stato forte”.

All’operazione militare hanno fatto seguito le dichiarazioni trionfanti di Trump via Twitter:

“Un attacco perfettamente eseguito, quello della scorsa notte. Grazie alla Francia e al Regno Unito per la loro saggezza e per la potenza dei loro eserciti. Non avremmo potuto sperare in un risultato migliore. Missione Compiuta!“.

Così la responsabile dell’ufficio stampa del Pentagono, Dana White:

“Le operazioni della scorsa notte hanno avuto molto successo – ha detto sabato, 14 aprile – Abbiamo centrato i nostri obiettivi. Abbiamo colpito i siti, il cuore del programma di armi chimiche. Dunque, la missione è stata compiuta”.

Immediata la reazione della Russia, con il presidente Vladimir Putin che ha chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza Onu per affrontare la crisi. La riunione si è aperta nella notte di sabato, con il segretario generale Antonio Guterres che ha lanciato un appello ai componenti il Consiglio, invitandoli a evitare una ulteriore escalation.

Ma la risoluzione della Russia presentata al Consiglio Onu, volta a condannare gli attacchi aerei, si è tradotta in una cocente sconfitta diplomatica.

Mosca è riuscita ad assicurarsi il sostegno di soli altri due paesi, Cina e Bolivia. Quattro membri – Etiopia, Kazakistan, Perù e Guinea Equitoriale – si sono astenuti, mentre gli otto rimanenti hanno votato contro Mosca, esprimendo il loro supporto all’operazione militare decisa da Trump.