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Telecom precipita verso minimi storici, Elliott tuona dopo Agcom: perso un anno causa decisioni vecchio cda su rete

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Minimi storici ormai vicinissimi per Telecom Italia. Oggi va in scena l’ennesima seduta difficile per il titolo della maggiore tlc italiana che cede il 2,7% a 0,476 euro, tornando ai minimi di ottobre e, in pratica, sugli stessi livelli di agosto 2013. Il titolo continua a sprofondare verso i minimi storici dopo aver chiuso la seduta di venerdì con un ribasso del 7,2% a seguito del warning sui conti 2018 e l’addio ai target del piano Genish.

 

Crollo senza fine, capitalizzazione sotto i 10 miliardi

Da inizio maggio 2018, quando l’assemblea ha dato la maggioranza del cda alla lista proposta da Elliott, il titolo ha ceduto circa il 45%. Il crollo in Borsa si è riflesso sulla capitalizzazione che, considerando le azioni ordinarie e le risparmio, ora si aggira sui 9,8 miliardi di euro.

A soli dieci mesi dal suo varo il piano Genish è diventato irrealizzabile principalmente per le difficoltà sopraggiunte sul mercato domestico. L’effetto Iliad e non solo sono tra le cause di un flop che ha indotto il cda di TIM di giovedì scorso ad archiviare definitivamente gli obiettivi del piano e prevedere un nuovo inizio con la formulazione di un nuovo piano tra poco più di un mese (21 febbraio).

Doccia fredda dell’Agcom sul progetto della rete

Come se non bastasse è arrivata la bocciatura da parte dell’Agcom del progetto di separazione volontaria della rete Telecom in una società ad hoc, presentato a marzo dello scorso anno dalla compagnia telefonica allora guidata dal manager israeliano Amos Genish.

Le valutazioni dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non mancheranno di incidere sul nuovo piano industriale 2019-2021 che verrà presentato per l’approvazione del cda il prossimo 21 febbraio, unitamente ai risultati definitivi del bilancio 2018.

 

Il management di TIM starebbe già studiando le implicazioni di tutte le ipotesi, compresa quella di soprassedere ancora una volta sulla societarizzazione della rete, nell’ottica comunque di mantenere il controllo della preziosa infrastruttura che garantisce margini elevati. Assodato che il processo di spin-off non porterebbe comunque benefici regolamentari di rilievo, restano sul tavolo ancora due ipotesi: la costituzione di una NetCo da quotare e la fusione degli asset di rete Tim con Open Fiber (l’azienda partecipata pariteticamente da Enel e Cassa depositi e prestiti).

Elliott prende la palla al balzo: subito cessione quota rete 

Con lo stop dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il fondo Elliott è passato al contrattacco su Vivendi ribadendo che “l’attuale cda debba intraprendere senza ulteriori ritardi i passi necessari per la creazione e la separazione di una rete unica, che possa creare valore per l’azienda e i suoi dipendenti, per gli azionisti e per il sistema Paese”. Sono le parole di un portavoce di Elliott.

 

“La decisione di Agcom conferma che il progetto di Vivendi di mantenere l’intero capitale di NetCo in TIM non solo non crea valore per gli azionisti, ma è considerata insufficiente anche per un cambiamento del quadro regolatorio. I recenti risultati finanziari e la decisione di Agcom – prosegue il portavoce – evidenziano che le decisioni del precedente Cda sotto il controllo di Vivendi, motivate da presunte ragioni industriali, hanno avuto come risultato un anno di distruzione di valore (negli ultimi 12 mesi il titolo ha ceduto il 30% sottoperformando il Ftse Mib e anche il settore tlc) e di tempo perso a spese di Tim, dei suoi azionisti, e dell’intero Paese”.

La strada verso assemblea del 29 marzo, speculazione destinata a salire

La posizione che Telecom Italia prenderà a riguardo non sarà irrilevante nel braccio di ferro in corso nell’azionariato, con il fondo Elliott schierato a favore della nascita di una società della rete da aprire a terzi, e Vivendi che, pur avendo avviato l’iter di separazione con il precedente ad Amos Genish, è arroccata sul controllo dell’infrastruttura.

L’ennesima resa dei conti è prevista il 29 marzo, data dell’assemblea che deciderà i nuovi equilibri del gruppo tlc. Dopo il cambio al vertice che ha portato all’uscita del ceo Genish sostituito da Luigi Gubitosi le difficoltà sono aumentate notevolmente provocando un ennesimo scontro sulla governance tra Vivendi, maggiore azionista della tlc con quasi il 24% del capitale, e il fondo Elliott che oggi esprime dieci consiglieri su 15 (lo stesso Gubitosi viene dalla lista di maggioranza).

Tra gli scenari su cui ragiona il mercato in vista dell’assemblea c’è sicuramente la possibilità che Elliott, che ha in mano l’8,847% del capitale di TIM, aumenti la propria quota sfruttando i valori molto bassi a cui viaggia il titolo. Elliott detiene opzioni su 750 milioni di azioni ordinarie Tim e potrebbe arrotondare la sua quota in area 12%.