Su G20 cala ombra protezionismo. Roubini: mercati sottovalutano rischio guerre commerciali

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I mercati stanno sopravvalutando le decisioni di politica economica che il presidente Usa Donald Trump si accinge a prendere, sottovalutando al contempo i danni che potrebbe provocare. Parola dell’economista Nouriel Roubini, amministratore delegato di Roubini Macro Associates, intervistato da Cnbc nel corso del China Development Forum.

“I mercati stanno sopravvalutando i fattori positivi delle politiche di Trump. Infrastrutture, stimoli, deregulation, tagli alle tasse: credo che Trump raggiungerà obiettivi decisamente inferiori (a quanto si sta scommettendo). I mercati stanno inoltre sottovalutando il rischio che le politiche protezionistiche scateninino guerre commerciali, e che le restrizioni sull’immigrazione finiscano con il rallentare l’offerta di lavoro”.

Roubini avverte inoltre sul dilemma che si verrà a creare con l’introduzione di stimoli fiscali; l’adozione di un eventuale bazooka fiscale costringerà infatti la Fed, a suo avviso, a varare misure restrittive di politica monetaria in modo ancora più sostenuto, provocando l’aumento dei tassi di interesse e del dollaro”. E alla fine “l’economia finirà con l’indebolirsi”.

Secondo l’economista, “probabilmente nel corso dei prossimi 6-12 mesi saranno gli elementi positivi a dominare, grazie agli spiriti animali (espressione coniata da Keynes in riferimento a quelle azioni stimolate da reazioni istintive), alla crescita della fiducia di consumatori e aziende (..) L’economia, d’altronde, sta crescendo e quei fattori positivi faranno sentire i loro effetti per un po’ di tempo”. La minaccia che rischierà di mandare a monte l’ottimismo sarà rappresentata dalle politiche di chiusura di Trump, che creeranno “frizioni commerciali e restrizioni sui flussi migratori”.

A tal proposito, non si può non far riferimento alla riunione del G20 in Germania, che si è conclusa con un comunicato orfano dell’impegno dei paesi più importanti del pianeta a lottare contro il protezionismo: un esito anticipato che, come scrive su Bloomberg il guru dei mercati ed ex Pimco, Mohamed A. El-Erian, ha visto prevalere la view degli Stati Uniti di Trump sulle obiezioni di diversi paesi, come Europa, Australia e Cina.

Così scrive El-Erian:

“Nell’aver invocato chiaramente e ripetutamente (il suo slogan) “America First”, così come anche nella sua proposta di budget, la nuova amministrazione ha rivelato una posizione inequivocabile. In più, (Trump) sa che, nel caso in cui il mondo dovesse finire per imbattersi in una guerra commerciale, il danno all’economia (Usa) sarebbe probabilmente inferiore rispetto a quello avvertito da moltissimi altri paesi”. Gli altri paesi “si trovano faccia a faccia con una situazione che in ogni caso si rivelerebbe perdente, e dunque preferiscono accettare un esito negativo rispetto a rischiare di ottenere un risultato ancora peggiore”.

Fatta questa premessa, El-Erian afferma che “ciò non significa tuttavia che il mondo scivolerà necessariamente in una spirale protezionistica di stagflazione. Se prevarrà la ragione, il risultato più probabile sarà una serie di rinegoziazioni (bilaterali, locali e multilaterali), che garantiranno che il commercio rimanga aperto, anche se le procedure andranno a favore degli Usa (…) E’ un mondo in cui gli Stati Uniti guadagneranno all’inizio da un punto di vista economico, ma ciò avverrà con il rischio che gli altri paesi inizino a ridurre la loro dipendenza di lungo termine da un ordine globale in cui al centro c’è l’America”.

Tra i critici più aperti dell’esito di questo G20 appena concluso, c’è anche Stephen Roach, ex presidente di Morgan Stanley Asia, che ha definito la decisione dei leader finanziari di rinunciare al forte sostegno dato tradizionalmente al libero commercio, un fattore “inquietante”, che dimostra l’aumento del protezionismo negli Usa.