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Stress-Test, Riflettori puntati sul debito delle banche italiane. La mission impossible di Atlante

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Mentre la crisi del debito dell’Eurozona – che ha minacciato di colpire diversi Paesi aderenti alla moneta unica – si fa vedere ancora negli specchietti retrovisori, gli stress test dell’EBA (l’Autorità bancaria europea) di domani catalizzeranno le attenzioni del mercato, poiché gli investitori vogliono valutare i possibili rischi di un’eventuale crisi bancaria in Europa.
La fragilità di Atlante
Inutile dire che uno dei principali problemi è l’immensa quantità di debito incagliato accumulato dal settore bancario italiano – dice Michael Boye, fixed income trader di Saxo Bank – Problema tornato alla ribalta dopo l’introduzione, a inizio anno, delle nuove normative sui non-performing loans applicate dall’Eba“. Secondo le stime, il sistema bancario italiano detiene circa 400 miliardi di debito in sofferenza, per il quale è ora giunto il momento di mettere mano al portafoglio e incrementare i ratio patrimoniali, per evitare che le banche più colpite da tali esposizioni possano giungere alla soglia dell’insolvenza. “In risposta a tale problematica – dice ancora Boye – il governo italiano è corso ai ripari favorendo il lancio, all’inizio dell’anno, del fondo Atlante, con l’obiettivo di finanziare e acquistare tranche di debito in sofferenza delle banche italiane, al fine di alleggerirne i bilanci. Ma, con soli 5 miliardi a disposizione, l’impresa di Atlante sembra improba“.
Il risparmiatore-elettore
Come spiega il gestore, l’Italia sembra quindi tentare la strada dell’immissione diretta di capitale nelle banche coinvolte, iniziativa di successo negli Usa e in altri Paesi durante la crisi bancaria del 2008. Tuttavia, questa misura sarebbe in contrasto con le nuove regole sull’unione bancaria e con la disciplina del bail-in. Tali regole, che hanno lo scopo di contrastare l’ingerenza dei governi in tali contesti, vieterebbero l’immissione di capitale diretto nelle banche private senza che azionisti e possessori di obbligazioni subordinate non abbiano scontato l’effetto di tali perdite, come avvenuto con il portoghese Banco Espirito Santo nel 2014. “Sembrerebbe difficile sostenere una deroga a quanto stabilito dalle normative per l’Italia – afferma Boye – E’ anche vero, però, che la situazione italiana è diversa dalla portoghese. In Italia, infatti, il debito bancario subordinato è stato venduto per ingenti importi a schiere di piccoli risparmiatori, invece che agli investitori professionali e istituzionali, come prassi richiede“. Ciò ha fatto scattare l’allarme rosso tra i banchi del Governo italiano, dato che le persone coinvolte in tale circostanza rappresenterebbero anche una gran parte dell’elettorato che i governanti vorrebbero tutelare.
Alla ricerca del “too big to fail”
Le problematiche bancarie italiane stanno creando implicazioni che vanno ben oltre i confini nazionali. La domanda è: come agirà l’Unione europea? giocherà duro, tenendo fede alla sue regole, oppure chiuderà un occhio per evitare frizioni politiche ed eventuali contagi?L’atteggiamento dell’Ue non potrà che impattare il mercato del debito bancario subordinato a livello europeo, mercato nel quale gli investitori cercano di capire chi è l’operatore “too big to fail” e quale invece non lo è“, spiega Boye. Che conclude: “I titoli del comparto sono stati tra i meno performanti nel settore del credito europeo nel 2016 e i differenziali sono ancora molto alti, al contrario degli altri settori. Tale situazione può essere invertita qualora agli investitori venga data, ancora una volta, rassicurazione sull’eventuale intervento pubblico“.