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Stati Uniti: il debito o la virtù perduta (fondionline.it)

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La morale puritana degli immigrati che per primi posarono i piedi sul territorio di quella parte di mondo che oggi chiamiamo Stati Uniti d’America era molto restrittiva, tra le altre cose, con i debiti. L’indebitamento veniva considerato un comportamento avverso all’autocontrollo praticato da questi pii protestanti. ‘Chi si accolla dei debiti diventa schiavo del suo creditore’, affermava con una punta di drammaticità Benjamin Franklin, accogliendo la dottrina del tempo.

La prospettiva iniziale cominciò a cambiare con il passare del tempo. Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro Usa, affermò che un debito nazionale non eccessivo poteva essere una benedizione per il paese. Hamilton era un convinto sostenitore del futuro legato allo sviluppo dell’industria, e percepì subito le opportunità offerte dal credito. A partire da quel momento, le cose hanno preso una direzione opposta a quella perseguita dai primi coloni. A tutti i livelli.

I consumatori statunitensi, motore dell’economia nordamericana e mondiale, sono molto indebitati, e la loro propensione al risparmio è sugli stessi ratio negativi sperimentati durante la Grande Depressione. E lo stato Usa non è da meno. I dati diffusi la settimana scorsa hanno confermato che il debito Usa detenuto dagli stranieri sta aumentando continuamente. Il debito estero Usa è cresciuto del 14% tra la fine del 2004 e il 31 dicembre del 2005, toccando i 2,69 miliardi di dollari.

A seconda di come venga conteggiato il valore degli investimenti diretti esteri, gli Usa potrebbero aver archiviato lo scorso anno il loro ventesimo ( o diciassettesimo) anno consecutivo da debitori netti. A differenza dei numerosi consumatori che hanno esaurito le proprie chance di indebitamento, lo stato gode ancora di ampi margini di manovra grazie alla crescita dell’economia e alla possibilità di attrarre gli investitori internazionali con rendimenti interessanti.

La Cina e gli stati produttori di petrolio comprano Treasury bond e credono che possano continuare a prestare il proprio denaro agli Usa. E in tal modo continuano a far crescere il debito statunitense. Se le cose stanno così, appare alquanto ironica – ma molto popolare o populista – la preoccupazione espressa da Washington sulla presunta necessità di esercitare un controllo severo degli investimenti diretti versi i settori considerati ‘chiave’, quando appare chiaro che è vitale l’acquisto di quote di debito crescenti da parte della Cina.

Tuttavia, l’amministrazione Usa sa che non può dormire sonni tranquilli. Nel 2005, gli Usa hanno occupato il secondo posto ( dietro il Regno Unito) nella classifica dei flussi di investimenti diretti esteri. Il problema è che se altre economie incrementano la propria capacità di attrarre nuovi investimenti e gli Usa perdono terreno, i creditori destineranno quote decrescenti di denaro ai Treasury bond e, magari, cominceranno ad esigere parte di quanto dato in prestito.

Ma Washington può contare su un punto di forza: fino a quando rivestirà il ruolo di prima economia del pianeta, i creditori non avranno alcun interesse a mutare il quadro di riferimento odierno. John Kenneth Galbraith diceva che quando si è debitori di un milione di dollari verso un istituto di credito si ha un problema, ma che quando il debito ammonta a mille milioni il problema è della banca. Il cauto Hamilton non aveva preso in considerazione questa sfumatura. A cura di www.fondionline.it