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Sorpresa Pil Usa: +3% al record dal 2015. Accelera inflazione tedesca, ma euro rischia $1,19

Il rialzo del dollaro mette all’angolo l’euro che fa un brusco dietrofront, nonostante le indicazioni sulla crescita delle pressioni inflazionistiche tedesche.

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Il Pil Usa cresce a un tasso annuo del 3%, meglio delle attese. A battere le stime del consensus è, dall’altra parte dell’oceano, anche l’inflazione tedesca, che ad agosto registra un forte balzo,  attestandosi all’1,8% dall’1,5% di luglio. Alert Bce, visto che per l’istituto guidato da Mario Draghi il target di inflazione da centrare è di poco inferiore al 2%. Il dato tedesco potrebbe dunque segnalare che i tempi sono maturi per lanciare il tapering del Quantitative easing.

Stamane sono arrivate tra l’altro indicazioni positive dal fronte macroeconomico dell’Eurozona, con l’indice della fiducia stilato dalla Commissione europea salito ad agosto a 111,9 punti, al record in 10 anni, ovvero dal 2007; e Moody’s ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita di Italia, Francia e Germania, tagliando contestualmente l’outlook dell’economia Usa.

Fiduciosa sulla ripresa dei fondamentali economici dell’area euro, Moody’s ha scritto nel suo outlook sull’economia globale che, se il blocco nel suo complesso segnerà una crescita superiore al suo potenziale sia nel 2017 che nel 2018 – Pil atteso ora in rialzo del 2,1% nel 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo +1,7% nel 2016 – gli Stati Uniti assisteranno a un incremento del Pil rispettivamente del 2,2% e del 2,3%, a ritmi inferiori rispetto al +2,4% e +2,5% attesi in precedenza.

Detto questo, la pubblicazione del Pil Usa avvenuta in giornata sembra sfidare proprio la maggiore cautela dell’agenzia di rating sul trend economico degli Stati Uniti di Donald Trump. Il dato, che rappresenta la prima revisione del Pil del secondo trimestre e segnala una crescita del 3%, è superiore al +2,6% del dato preliminare. Battute anche le attese di un incremento del 2,7%.

Soprattutto, si tratta del trend di crescita dell’economia americana migliore in oltre due anni, ovvero dal primo trimestre del 2015; e, anche, di un rialzo più che doppio rispetto a quello del primo trimestre del 2017, che ha visto il Pil salire dell’1,2%.

A contribuire maggiormente al trend è stata soprattutto la componente delle spese personali, che nel secondo trimestre sono balzate del 3,3%, dopo il +1,9% del primo trimestre. Riviste al rialzo quasi tutte le componenti, a eccesione di quella delle spese governative.

Le conseguenze sui mercati dell’accelerazione del Pil Usa – più che dell’inflazione Usa – non si fanno attendere.

Il Dollar Index sale attorno a quota 92,80 dopo essere sceso al minimo in oltre due anni e mezza dopo la notizia del lancio del missile da parte della Corea del Nord. E l’euro-dollaro, che ieri aveva sfondato anche la soglia di $1,20, ora a mala pena riesce a mantenere quota $1,19, rispetto agli $1,1974 della fine delle contrattazioni, ieri, a Wall Street. La moneta unica scende fino a $1,1903 per poi ridurre le perdite.

 

Il dollaro torna appetibile agli occhi degli investitori in quanto, anche alla luce dei numeri rivelati dal rapporto ADP – ora i futures sui fed funds scommettono su un rialzo dei tassi di interesse Usa, a dicembre, con una probabilità del 41%, rispetto a quella del 34% della giornata di ieri.

Il biglietto verde recupera terreno così anche nei confronti dello yen, testando il valore più alto in quasi due settimane.

Sul mercato dei titoli di Stato, le speculazioni su una stretta monetaria da parte della Federal Reserve si traducono in una pressione rialzista sui tassi decennali, che salgono lievemente al 2,142%, rispetto al 2,134%, sempre vicini al minimo dallo scorso 10 novembre. Piatti invece i tassi Usa a 30 anni, al 2,746%. Il rialzo più consistente è quello dei tassi a due anni, che balzano più di due punti base all’1,349%.

Rally superiore al 10% per i tassi sui Bund tedeschi a 10 anni, che superano lo 0,37%, mentre i tassi sui BTP crescono +0,68% al 2,08%. Lo spread è in calo attorno a 171 punti base.