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Società, il vantaggio di quotarsi sui listini Usa

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Le imprese straniere che decidono di collocare i propri titoli sui listini azionari statunitensi, possono contare su una valorizzazione superiore a quelle che non optano per tale soluzione. Il vantaggio derivante dalla quotazione sui mercati Usa è in media del 14%, anche se le variazioni sono intense in ragione del paese di provenienza della società e del settore di appartenenza.

Quotare le proprie azioni nelle Borse statunitensi è vantaggioso per le imprese straniere. E’ questo il messaggio che i vertici del New York Stock Exchange (NYSE) hanno cercato di trasmettere alle aziende internazionali nel corso della presentazione di uno studio elaborato da un team delle Università di Toronto e dell’Ohio.

Nello studio in questione si sostiene che la valorizzazione dei titoli delle imprese straniere che optano per la quotazione sui listini Usa, è solitamente maggiore di quella delle aziende che vi rinunciano. Le imprese straniere quotate negli Usa possono contare su un livello di valorizzazione (intesa come rivalutazione dei prezzi di mercato) superiore (in media del 14%) a quello delle imprese quotate solo sui mercati domestici o in altri listini esteri. Questa tendenza tende ad acutizzarsi quando i listini statunitensi prescelti sono i più importanti del mercato nordamericano (vale a dire il New York Stock Exchange e il Nasdaq).

In quest’ultimo caso, la valorizzazione media è superiore del 31% a quella delle corporate che restano confinate all’interno dei paesi di riferimento. Lo studio, elaborato da Craig Doidge (Università di Toronto) e G.Andrew Karoly e Renè M. Shultz (Università statale dell’Ohio), si basa sulle oscillazioni intervenute nel livello di valutazione dei titoli nel periodo successivo alla prima quotazione sui mercati nordamericani. Il picco massimo nel differenziale tra le imprese che quotano in Usa e quelle che decidono di rimanere entro i confini nazionali, è stato raggiunto nel 1999, nel pieno del processo di formazione della bolla speculativa sui titoli tecnologici.

In quell’anno ( con l’indice dei titoli tecnologici Nasdaq che si impennò dell’85%), il differenziale arrivò a toccare il 25,2% in media. L’anno caratterizzato da una differenza più risicata è stato il 2002, con uno scarto limitato all’8,1%. Secondo Paul Bennet, economista capo della Borsa di New York, l’evoluzione esplicitata dallo studio pone in evidenza che il vantaggio offerto dalla quotazione sui listini statunitensi non è un fatto temporaneo, ma un dato che persiste nel tempo. Bennet ha sottolineato che i vantaggi derivanti dalla quotazione sui listini Usa continuano a rimanere consistenti a dispetto dei maggiori costi (a carico delle imprese che vogliano procedere alla quotazione) derivanti dall’approvazione della legge Sarbanes- Oxley.

La legge Sarbanes- Oxley, approvata in seguito agli scandali di Enron e WorldCom nel 2002, è una norma il cui obiettivo è rafforzare il governo corporativo delle imprese. Fin dalla sua approvazione, numerose imprese straniere hanno optato per un progressivo allontanamento dai mercati Usa. I responsabili delle Borse Usa sostengono che il livello di trasparenza apportato dalla nuova norma saprà conquistarsi l’apprezzamento degli investitori globali nel medio termine. A tal proposito, Bennet ha sostenuto che gli investitori globali sono portati ad accrescere la fiducia riposta nelle aziende quando il management societario decide di soddisfare i requisiti stabiliti dalle leggi statunitensi.

Il differenziale (in termini di capitalizzazione) delle società straniere quotate sui listini Usa varia a seconda della provenienza geografica e del settore di appartenenza. I differenziali più consistenti riguardano le imprese localizzate in Canada, Francia, Germania, Russia, Singapore, Svizzera e Regno Unito. Trasporti, telecomunicazioni e servizi sono i settori con le differenze più marcate. A cura di www.fondionline.it