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Lo scandalo Volkswagen investe i Paesi dell’Europa centro-orientale e il loro sistema bancario. In controtendenza l’Ungheria

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Il terremoto Volkswagen ha certamente il suo epicentro in Germania. Ma le onde sismiche si propagheranno in tutta l’Europa centro-orientale, e forse anche più lontano. Le fabbriche Volkswagen, infatti, generano quote di Pil che oscillano tra lo 0,5% e il 2,9% nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, in Ungheria e in Polonia. Nel complesso il settore automotive rappresenta tra il 3 e il 7% di tutto il Pil dell’Europa centrale. E’ chiaro che la potenziale riduzione della produzione di auto in seguito allo scandalo delle emissioni dei diesel Volkswagen influirà parecchio sulla crescita dell’intera area. Tuttavia, secondo uno studio condotto da Barclays, nel medio termine la regione dovrebbe compensare continuando a beneficiare dell’outsourcing delle imprese dell’Europa occidentale. Semaforo rosso invece sul sistema bancario locale. Se le banche dell’area hanno limitato l’esposizione diretta al settore (si stima una quota dall’1% al 4% del totale dei crediti), potranno però subire i pesanti effetti del secondo impatto, ovvero quello dell’assestamento. Le più vulnerabili, sempre secondo Barclays, sono Erste Bank (il gruppo bancario austriaco quotato sull’indice azionario ATX),  la ceca Komercni Banka e l’ungherese OTP Bank. Quest’ultima ottiene però un giudizio positivo grazie a una buona valutazione e a un ottimo recupero del roe (return on equity).
Made in east Europe
“Le ripercussioni dall’affaire Vw si faranno ancora sentire a causa delle multe e dei controlli più approfonditi sui test di impatto ambientale che dovranno affrontare tutti i produttori – spiega Ivan Bokhmat, analista di Barclays – Questo comporterà rischi per l’Europa centrale, che negli anni successivi all’ingresso nell’Ue è diventata una regione importante per l’automotive: oggi un’auto ogni sei prodotta nell’Ue proviene dall’Europa centro-orientale e il 42% di questa produzione esce proprio dagli stabilimenti Vw di Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia“. Per definire meglio il quadro, lo stabilimento Vw della Repubblica Ceca è il più grande impianto di produzione con 736.000 veicoli prodotti lo scorso anno, soprattutto con il marchio Skoda. “Se un ipotetico taglio del 20% della produzione Vw in questi Paesi avrebbe un impatto “solo” dello 0,58% sul Pil della Repubblica Ceca a dello 0,02% in Slovenia (dove la produzione è limitata), tuttavia siamo molto più preoccupati del secondo impatto – spiega Daniel Hewitt, analista di Barclays – Il taglio della produzione provocherebbe una reazione a catena: licenziamenti o riduzione dell’orario di lavoro, riduzione dei salari, e quindi caduta delle vendite al dettaglio. E così l’impatto finale potrebbe essere da due a tre volte superiore alle perdite iniziali”.
OTP top pick
Quanto al settore bancario locale, nonostante i grandi produttori preferiscano raccogliere fondi presso la sede del gruppo, sicuramente la crisi del settore auto non passerà inosservata. Uno studio sul debito societario nell’Europa centro-orientale indica che il debito contratto con le banche nazionali rappresenta il 20-40% del totale. In Ungheria, per esempio, il rating dei produttori di auto – A per Volkswagen e A- per Daimler secondo S&P – è di ben 4-5 punti superiore al debito sovrano (BB+), il che spiega il ricorso al finanziamento internazionale. OTP rimane comunque top pick della regione. “Ci aspettiamo una ripresa del ROTE (l’indicatore che misura la redditività operativa degli istituti di credito, ndr) al 13-15% nel 2016-17 sulla scia di migliori risultati dell’economia magiara, di una crescita del credito e della graduale eliminazione delle perdite provenienti dalla Russia e dall’Ucraina. Per OTP stimiamo un potenziale di rialzo del 20%“, conclude Hewitt.