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Sa di Pmi l’identikit dei target italiani per il private equity

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Sono le aziende medio piccole del nord Italia le candidate predilette a veder entrare nel loro capitale i fondi di private equity. E’ quanto è emerso nell’ambito della “Prima conferenza annuale sul private equity” svoltasi oggi nella sede milanese di Borsa Italiana e organizzata dalla Camera di Commercio Americana in Italia allo scopo di discutere delle possibilità di sviluppo del mercato del p.e. per le Pmi italiane. Una realtà che a oggi costituisce in Italia circa l’85% del mercato complessivo di tali operazioni.


Sono quattro, secondo i dati forniti dal presidente di Private Equity Monitor (PEM), Anna Gervasoni, i settori produttivi della media impresa su cui finora si sono maggiormente concentrate le attenzioni dei fondi di p.e. in Italia: quello dei prodotti industriali, dei beni di consumo, dell’alimentare e quello del commercio all’ingrosso e al dettaglio. Del totale delle operazioni, il 70% ha coinvolto aziende basate nelle quattro maggiori regioni del nord Italia: Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Negli anni tra il 2003 e il 2005 il profilo medio delle aziende target ha descritto un universo di aziende con un valore del venduto inferiore ai 500 milioni e con un numero di dipendenti pari a 240. In queste aziende la quota media di capitale rilevata dal p.e. è stata pari al 59%.

E proprio le peculiarità della piccola e media impresa italiana potrebbe costituire un terreno fertile per il p.e. Secondo i dati presentati durante la conferenza il 58% delle aziende italiane è di proprietà famigliare e molto spesso si presenta non sufficientemente internazionalizzato e diversificato. Il 65% di tali aziende entra in sofferenza nel corso della seconda o della terza generazione, ponendo interrogativi sulla continuità aziendale in seno alla medesima famiglia e determinando la necessità di un urgente supporto esterno. Ulteriore elemento in questo senso è poi che il 79,5% degli imprenditori ha più di 50 anni.


Al centro degli interventi degli ospiti presenti alla tavola rotonda o collegati in teleconferenza c’è stata comunque la convinzione che il private equity possa fornire alle aziende gli strumenti per competere sui mercati globali. Caratteristica della realtà italiana, secondo alcuni degli ospiti presenti sarebbe infatti un ricorso al venture capital non tanto per rifornirsi di capitali quanto per godere dei vantaggi di avere al proprio fianco una guida. In Italia infatti il finanziamento all’impresa è per la maggior parte, oltre il 60%, di natura bancaria.
“Il private equity, non fornisce solo soldi, dà un valore aggiunto – ha confermato il managing partner di Argan Capital, Carlo Mammola – accompagna l’impresa nello sviluppo internazionale”. Una visione confermata anche dagli ospiti che hanno partecipato alla tavola rotonda o collegati in teleconferenza. Per Umberto Paolucci, presidente di American chamber of commerce, nonché vice presidente di Microsoft, “quattro milioni di piccole e medie aziende italiane costituiscono la spina dorsale della crescita economica italiana e rappresentano un interessante mercato potenziale per il private equity”. Emma Bonino, ministro per il Commercio Internazionale, si è detta convinta che il private equity possa “costituire un’opportunità per le nostre imprese”, mentre Ronald P. Spogli, ambasciatore Usa in Italia si è dichiarato fiducioso di un interesse del private equity americano in Italia.


L’indice che misura il numero di operazioni condotte in Italia da fondi di private equity è più che raddoppiato negli ultimi quattro anni, seguendo anche la dinamica del numero di fondi di private equity che operano in Italia. A livello mondiale sono invece stati 61 i fondi di p.e. che nel 2006 hanno deciso di investire nel Belpaese, contro i 39 del 2004 e i 50 del 2005. Una crescita che si rileva anche nella curva delle risorse raccolte dai p.e. nostrani, che nel 2005 si sono attestate poco al di sotto dei 200 milioni di euro.