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S’infiamma ancora il petrolio. Il vento delle rivoluzioni ad orologeria soffia forte dall’Egitto

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Il prezzo del petrolio si infiamma ancora. Le turbolenze in Egitto col passare delle ore bruciano le speranze di una soluzione pacifica, anche se la macchina della diplomazia sull’asse Cairo Washigton è al lavoro a pieno ritmo. Ma se il Brent è salito, il Wti a New York è sceso, ampliando lo scarto storico tra i due corsi di riferimento al record assoluto di 15 dollari. A Londra, sui circuiti dell’InterContinental Exchange (Ice), il Brent del Mare del Nord, consegna marzo, è salito di 91 cent a 102,73 dollari a barile. In precedenza ha toccato 102,88, nuovo massimo da più di una settimana. Invece sugli scambi elettronici sui circuiti del Nymex, il Wti, stessa consegna, è calato di 15 cent a 86,56 dollari.


Il Brent ha ricevuto anche il sostegno della nuova revisione al rialzo da parte dell’Aie della domanda mondiale di petrolio per il 2010 e 2011. L’Opec, l’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, ha nuovamente alzato questa mattina le sue stime sulla domanda mondiale di greggio per il 2011, a seguito dell’attività industriale robusta, soprattutto in Cina e Stati Uniti e di un inverno glaciale. L’Opec punta ora su una domanda di 87,7 milioni di barili al giorno nel 2011, dato rivisto al rialzo di 0,4 milioni di barili. Il cartello dei paesi produttori ha adeguato anche la sua stime per il 2010 a 86,3 milioni di barili al giorni, con un incremento di 0,25 mbg. “Il freddo inverno, che ha colpito i Paesi Ocse dallo scorso novembre ha portato ad un notevole aumento del consumo di energia”, ha osservato l’Opec, causando un aumento delle previsioni della domanda, non solo per 2010, ma anche per il 2011.

Sullo sfondo restano poi i tumulti del Cairo a rendere incandescente una situazione che potrebbe sfuggire di mano. L’Egitto non è un produttore fondamentale di petrolio, ma ad influenzare i mercati è il timore che due rotte critiche per l’approvvigionamento, il Canale di Suez e l’oleodotto Sumed, attraverso i quali transita su territorio egiziano circa il 4,5% della produzione globale di greggio, possano essere interrotte a causa dei disordini. Sono oltre un milione i barili di greggio che transitano, infatti, ogni giorno dal Mar Rosso al Mediterraneo. I tracciati hanno finora funzionato normalmente, a piena capacità, secondo i media ufficiali egiziani, ma l’incertezza resta sovrana. La chiusura dell’oleodotto Sumed potrebbe, infatti, causare un’insufficienza di greggio, ma il mercato, ha evidenziato, continua ad essere ben fornito, con scorte di alto livello.


Il passaggio attraverso il Canale di Suez è stato interrotto in coincidenza con i conflitti arabo-israeliani nel 1956, nel 1967 e nel 1975, costringendo le petroliere a circumnavigare l’Africa, in un percorso lungo e oneroso, per raggiungere l’Europa. Secondo gli analisti, se il caso dovesse ripetersi, avrebbe tuttavia questa volta un impatto ben più limitato, essendo ormai l’epicentro della richiesta di petrolio spostato decisamente verso l’Asia. L’instabilità politica in Egitto e Tunisia getta ombre sul Medio Oriente. La paura della chiusura del Canale di Suez è accompagnata  dalla ancor più grave preoccupazione di un rischio contagio. Un’eventualità che getterebbe nel caos la produzione e l’esportazione di greggio in tutto il mondo.


Migliaia di dimostranti  sono radunati in piazza Tahrir al Cairo per il 17simo giorno di proteste contro il presidente Hosni Mubarak. In centinaia hanno strascorso la notte accampati in strada, vicino alle sedi parlamentari. A poco sono servite le promesse di riforme e i lavori avviati ieri dalla commissione ad hoc per emendare la Costituzione che alla prima seduta ha approvato la modifica di sei articoli della Carta, tra cui quello sui requisiti per la candidatura che di fatto impediva ai più di presentarsi alle elezioni. Le manifestazioni dovrebbero toccare il culmine domani: i dimostranti hanno, infatti, organizzato una grande dimostrazione a cui dovrebbero partecipare un milione di persone, come quella di venerdì scorso.


Intanto le autorità egiziane hanno deciso di schierare di nuovo l’esercito a difesa di alcuni obiettivi sensibili al Cairo. Secondo quanto riferisce la tv araba al-Jazeera, questa mattina i militari hanno circondato il palazzo presidenziale, la sede dei servizi segreti e della tv di Stato. Mentre sui giornali inglesi viene denunciato che l’esercito egiziano nelle due settimane di proteste contro il presidente Hosni Mubarak avrebbe arrestato centinaia, forse migliaia, di oppositori politici, alcuni dei quali sarebbero stati torturati, a Bruxells la diplomazia è in moto. “L’alto rappresentante per la politica estera della Ue Catherine Ashton vuole andare in Egitto prima possibile. Stiamo lavorando a tutti i livelli per organizzare una visita la prossima settimana”, ha detto la portavoce dell’Alto rappresentante sottolineando come Ashton è intenzionata ad incontrare i rappresentanti delle autorità egiziane e tutte le altre parti in causa”.


C’è chi osserva che “il Medio Oriente è un vulcano che fa paura, ci sono focolai di rivolte un pò dovunque, anche se vanno operati dei distinguo in ordine alle cause. È, tuttavia, una situazione preoccupante, cominciata con l’Iraq, la Tunisia, l’Egitto, e a poco a poco stiamo vedendo la Giordania, lo Yemen, la Siria. Se l’Egitto dovesse cadere in mano a forze islamiste sarà un problema per tutti”. Febbraio rischia di passare alla storia come un mese di fuoco per i regimi islamici. La prossima settimana sono previste manifestazioni da Tripoli e Bengasi (il 17 la giornata della collera) a Baherein (il 14 febbraio). Dal Marocco allo Yemem, dal Sudan alla Siria, dalla Giordania al Bahrein, fino alla Libia del colonnello Gheddafi e all’Iran degli ayatollah il vento delle rivoluzioni ad orologeria ormai si è sollevato. E rischia di scrivere un nuovo capitolo nella storia della regione.