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Russia, Pil in contrazione del 3,5-4% nel 2015. Ma la crisi potrebbe stimolare le riforme strutturali

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Le sanzioni economiche imposte alla Russia dall’Occidente nel marzo 2014 sono dolorose, ma non sono ancora riuscite a colpire l’obiettivo di indebolire il presidente Vladimir Putin. In realtà, secondo molti osservatori internazionali, possono aver avuto l’effetto contrario, cioè creare un cerchio magico del popolo russo intorno al proprio presidente. Quanto al Pil di Mosca, che ha registrato una modesta crescita nel 2014, nel secondo trimestre 2015 ha subìto una contrazione del 4,6% su base annua. Di più ne ha risentito il rublo, che ha perso più della metà del suo valore in dollari nella seconda metà del 2014, alimentando l’inflazione, salita del 15,6% nel mese di luglio su base annua. La peggiore performance è stata quella relativa all’import-export, dove la Russia ha perso circa 100 miliardi di dollari negli scambi con i Paesi dell’Ue. Ma qual è l’evoluzione? Ovvero quale sarà la situazione nei prossimi mesi in un Paese che alle sanzioni deve aggiungere gli enormi costi dell’intervento in Siria contro l’autoproclamato Califfato islamico? Lo chiediamo ad Angelika Millendorfer, responsabile azionario CEE & Global Emerging Markets di Raiffeisen Capital Management.
 

L’impatto dell’embargo successivo alla crisi ucraina è già stato assorbito?

Le sanzioni successive alla crisi ucraina hanno sicuramente avuto un impatto sull’economia russa, in particolare per quanto riguarda i limiti ai finanziamenti esteri. Le limitazioni per l’esportazione di alcune tecnologie per l’industria petrolifera non hanno avuto invece un effetto immediato, ma potrebbero pesare nel lungo termine. Il fattore che più ha influenzato negativamente l’economia è stato il massiccio calo del prezzo del petrolio, ossia il principale responsabile della recessione nel 2015.
 

A quanto si assesterà il Pil nel 2015?

Prevediamo una diminuzione del Pil di circa il 3,5-4% quest’anno e solo una crescita limitata nel 2016. Il prezzo del Brent vedrà probabilmente solo una lenta ripresa.

 

E il rublo?

Oggi al Paese manca soprattutto un forte impulso verso le riforme, poiché la leadership è più concentrata sulle questioni geopolitiche. Queste influenze negative hanno innanzitutto spinto verso il basso il tasso di cambio del rublo, mentre il mercato azionario in valuta locale è perfino aumentato dopo l’invasione della Crimea.
 

Visto il comportamento anomalo della Borsa di Mosca, quali sono le sue previsioni sull’azionario? 

Il contesto economico resta ancora difficile e probabilmente non vedrà presto un ritorno del boom delle materie prime. Ma la Russia è scambiata con un pe forward di circa 7, che è tra i più bassi del mondo. In parte ciò può essere spiegato con la scarsità di aziende growth in Borsa e un alto rischio politico. Ovviamente questa valutazione a sconto potrebbe ridursi in caso di un riavvicinamento tra Russia e Occidente come conseguenza della cooperazione in Siria.
 

In concreto quali rischi comporta puntare sulla Russia?

Non prevediamo un allentamento delle sanzioni nel breve termine, ma l’azionario potrebbe reagire positivamente al primo segnale di riduzione delle sanzioni. Al momento per gli investitori il rischio maggiore sembra essere il tasso di cambio che è un po’ troppo forte rispetto al basso livello dei prezzi del petrolio.
 

C’è solo adrenalina negli investimenti diretti su Mosca? 

Una caratteristica interessante del mercato russo è costituita dagli elevati dividend yield. Molte aziende pagano addirittura il 7-8%, in alcuni casi anche più di dieci. Questo è senz’altro uno dei temi centrali del nostro portafoglio, ma ci piacciono anche le aziende esportatrici che beneficiano della debolezza del rublo e i retailer che, guardando al 2016, sono molto convenienti se comparati ai dati storici.
 

Ispi: l’oro della Russia, tra autarchia e riforme

 
Secondo gli esperti dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, l’inflazione generata dalla perdita di valore del rublo sembra aver raggiunto il picco, e gli effetti del calo dei prezzi del petrolio e del gas sono stati mitigati dalla rivalutazione del dollaro. Il combinato di questi due fattori  avrebbe prodotto un aumento del valore delle riserve valutarie della Russia, che hanno raggiunto quota 362 miliardi di dollari nel mese di giugno, il 13% dei quali è in oro. Per la Russia, inoltre, non dovrebbe essere difficile fabbricare i prodotti finiti sotto embargo, in precedenza importati. In realtà, spiegano all’Ispi, la sostituzione delle importazioni ha già prodotto un aumento della produttività in diversi settori chiave, come ingegneria, petrolchimica, industria leggera, prodotti farmaceutici, e agricoltura. Al punto che le esportazioni di beni ad alto valore aggiunto sono cresciute del 6% nel primo trimestre 2015 su base annua. A questo risultato ha contribuito la cooperazione con le altre economie Brics, mentre Putin ha annunciato piani ambiziosi per aumentare la domanda interna. Le sanzioni dell’Occidente contro la Russia possono non solo non cambiare la situazione dell’Ucraina, ma stimolare la tanto attesa trasformazione strutturale del Paese. Secondo l’Ispi, quindi, se la Russia replica con successo il regime di credito di orientamento utilizzato dalle economie dell’Asia orientale, aumentando l’efficienza gestionale, un altro miracolo economico è possibile.