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R&S Mediobanca: multinazionali sempre più grandi, l’Italia non tiene il passo

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Il mondo visto dalle vette delle più grandi multinazionali industriali è colorato di nero petrolio. Che lo si estragga, o che lo si utilizzi per far muovere i proprio prodotti, il petrolio sembra essere la linfa vitale che guida la crescita di queste grandi corporation, secondo quanto emerge dall’Indagine sulle multinazionali elaborata da R&S Mediobanca. Dove il gruppo motoristico DaimlerChrysler, con 178 miliardi di euro di attivi, è il Golia delle imprese industriali. Seguono Toyota con 174,3 miliardi, Royal Dutch Shell con 138 mld, ExxonMobil con 137 mld , British Petroleum con 131 mld, General Motors con 130 mld e Volkswagen con 119 mld. Il primo gruppo non strettamente collegato al petrolio è General Electric, con 100 miliardi, seguito da Ibm e Siemens. Nel 1989 il primo gruppo era Royal Dutch Shell con 76 miliardi di attivi: la crescita nel periodo considerato è stata dunque rilevante anche se, ed è il caso del settore motoristico, non ha sempre portato a buoni risultati sul fronte della redditività. Anche il Belpaese nel 1989 era nella top ten con la Fiat, insediata all’ottavo posto, dal quale è stata inesorabilmente spodestata. Questa è una notazione importante. Le multinazionali italiane hanno perso progressivamente contatto con la testa del gruppo e sono inesorabilmente scese nella varie classifiche di settore. Solo Eni, tra gli energetici, rientra nei primi dieci della sua classifica, della quale occupava il terzo posto nel 1993 davanti a Bp ad esempio, diventata ora un multiplo dell’Eni in quanto ad attivi. Non va meglio negli altri settori, dove le società quali Fiat, Finmeccanica e Pirelli, se si esclude la quota parte di Telecom, non hanno tenuto il passo.
In Italia non va meglio neanche nelle spese per ricerca e sviluppo: l’Italia, in compagnia con la Gran Bretagna, è fanalino di coda ed investe prevalentemente in tecnologie utili al settore energia e petrolio. L’unica positiva eccezione è rappresentata da Finmeccanica che nel 2004 riesce ad entrare nei primi 10 figurando al sesto posto con le spese per ricerca pari al 16,5% del fatturato. La prima è la farmaceutica Ely lilly con il 22,2% mentre la italo-francese St Microelectronics ha speso il 17,5%. Un’ultima notazione circa le fonti di finanziamento: le multinazionali europee, tranne quelle inglesi, sono più esposte con le banche, così come quelle giapponesi; al contrario quelle anglosassoni preferiscono la Borsa.