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Roubini: ecco perché le banche centrali non riescono a centrare il target del 2%

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Perché fondamentali macroeconomici in miglioramento non riescono a spingere al rialzo l’inflazione? Questa la domanda cui ha tentato di rispondere Nouriel Roubini, professore di economia presso la New York University Stern School of Business, in un editoriale pubblicato sul sito del Guardian.

Il poderoso arsenale di misure di stimolo messo in campo dalle maggiori banche centrali, Federal Reseve e Banca Centrale Europea su tutte, ha rilanciato la crescita dell’economia senza però riuscire a portare l’inflazione, in maniera stabile, al target del 2%. In apparenza si tratta di un paradosso, perché un rafforzamento della domanda tende ad incrementare la pressione sul mercato del lavoro e sui beni prodotti e quindi a spingere i prezzi.

“Una possibile spiegazione alla misteriosa combinazione di una crescita più forte e di una bassa inflazione è che, in aggiunta a una domanda più forte, le economie sviluppate stanno facendo i conti anche con uno shock positivo dal lato dell’offerta”, rileva Roubini.

Quella delineata da Roubini è una combinazione di prezzi resi più bassi dalla globalizzazione (in particolare di spinte deflazionistiche in arrivo da Pechino e dagli altri mercati emergenti), da un indebolimento delle organizzazioni sindacali (cui segue una riduzione generalizzata delle retribuzioni), da una riduzione dei prezzi delle commodity e dalla spinta ribassista per i prezzi innescata dalla rivoluzione legata ad internet.

“Secondo la teoria economica standard, la risposta della politica monetaria a uno shock positivo dal lato dell’offerta dipende dalla sua durata. Se lo shock è temporaneo, le banche centrali non dovrebbero reagire: devono normalizzare la politica monetaria poiché lo shock  scomparirà da solo e, con mercati dei beni e del lavoro sotto pressione, l’inflazione è destinata salire”. Discorso diverso in caso di shock permanente, “in cui è invece previsto un allentamento delle condizioni monetarie”.

Si tratta di discorsi noti alle banche centrali. La Fed sta normalizzando il costo del denaro, e questa sera potrebbe dare il la al processo di riduzione del bilancio, in scia di shock dal lato dell’offerta valutati temporanei. In linea la BCE, che si appresta a ridurre il piano di acquisto di obbligazioni sulla base del convincimento che l’inflazione tornerà a crescere.

“Ma se i politici sbagliano nel considerare gli shock temporanei, la normalizzazione non rappresenta il processo corretto e le politiche monetarie non convenzionali dovrebbero essere mantenute per un periodo più lungo”. Il fatto di considerare gli shock permanenti, continua il professore, potrebbe anche portare ad una conclusione opposta e cioè “che abbiamo raggiunto una ‘nuova normalità’ per quanto riguarda i tassi e quindi la normalizzazione va condotta in maniera particolarmente rapida”.

“Si tratta della view portata avanti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, secondo cui i target di inflazione vanno ridotti dal 2 allo 0%” poiché, provare a raggiungere un obiettivo di inflazione al 2%, “potrebbe spingere verso politiche monetarie eccessivamente espansive che, facilitando il rialzo dei prezzi degli asset rischiosi, tendono a favorire la nascita di bolle”. Quindi, stando a questo ragionamento, le Banche centrali dovrebbero normalizzare il prima possibile le condizioni monetarie per prevenire una nuova crisi finanziaria.

“Le banche centrali non vogliono abbandonare il target del 2% e sono favorevoli ad incrementare il tempo necessario al raggiungimento del target” ma in questo modo finiscono però per “giustificare una bassa inflazione per un periodo più lungo di tempo”. In alternativa, “dovrebbero sostenere per più tempo le loro politiche non-convenzionali anche se si tratta di un approccio poco gradito alle banche centrali”.

Nell’ipotesi attuale, il rischio è di ridurre le aspettative di inflazione. Continuando invece a spingere sull’acceleratore della politica monetaria, il pericolo è di una crescita eccessiva del credito dei prezzi degli asset finanziari. “Fino a quando l’incertezza sulle cause della bassa inflazione continuerà a dominare, le banche devono provare a bilanciare questi rischi concorrenti”.