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Rebus tassi: per Leaviss (M&G) la spirale salariale non sarà ancora abbastanza per la Bce

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Tutti in campana in Eurolandia. “Dopo l’avvertimento della Banca Centrale Europea sulla possibilità di un’impennata dell’inflazione e di una conseguente decisione di aumentare i tassi nonostante la fragilità dei Paesi periferici dell’Europa, qualsiasi segnale di aumento dei salari, con il relativo effetto sull’inflazione, costituirebbe una spia di allarme per i mercati dei titoli governativi”. A lanciare l’avvertimento in una seduta povera sul fronte macro è Jim Leaviss, Head of Retail Fixed Income in M&G Investments. La storia è semplice. IG Metall, il fmoso sindacato tedesco dei lavoratori metalmeccanici, alla fine dello scorso anno ha chiesto un aumento dei salari del 6%. Ieri la svolta: IG Metall e Volkswagen hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per un aumento dello stipendio tra il 3% e il 3,5% per 100.000 lavoratori del gruppo automobilistico.


 “Naturalmente, questo è ben al di sopra del target di inflazione al 2% fissato dalla Bce e superiore all’attuale tasso di inflazione tedesco del 2%”, osserva l’esperto. “Tuttavia, risulta essere un valore ragionevole se si considerano gli utili di produttività e la solidità del settore automobilistico tedesco, trainato dalle esportazioni (Audi, marchio di Volkswagen, è molto diffuso in Cina, dove vende 22.000 automobili al mese, rispetto alle 13.500 al mese nel mercato domestico). La minaccia – prosegue ancora l’esperto di reddito fisso di M&G – rappresentata da questi accordi per aumenti dei livelli salariali non si è esaurita: il sindacato chimico IG BCE chiede un aumento del 7% per i suoi lavoratori”. Basta scorrere l’agenda e l’arcano è svelato: sono previsti aggiornamenti alla fine del mese. Ma il braccio di ferro potrebbero risolversi in un nulla di fatto.

Come ricorda Leavis le organizzazioni sindacali tedesche sono state piuttosto deboli negli ultimi anni. Le richieste sono spesso state dimezzate al raggiungimento dell’accordo e questo in un periodo di forte crescita delle esportazioni e riduzione della disoccupazione, in cui ci si aspetterebbe al contrario che i lavoratori acquistino maggior potere. La disoccupazione in Germania è al 7,4%, più bassa di molti altri Stati membri dell’UE (la Spagna è al 20%), del Regno Unito e degli Usa, e continua a scendere. “È verosimile – azzarda l’esperto – che si raggiunga presto la completa occupazione, sebbene la disoccupazione nella Germania Ovest abbia visto livelli ancora più bassi, con solo il 3% nel 1980.


Occorre notare come il modello tedesco sia più collaborativo di altri, basti ricordare che nel 2004 Siemens ha ridotto gli stipendi dei suoi dipendenti in accordo con IG Metall, adottando una risposta pragmatica alla minaccia proveniente dalla concorrenza delle case produttrici dell’Europa dell’Est. “Pertanto è possibile – si domanda Leaviss – che questa volta lavoratori e sindacati riescano a comprendere che la Bce risponderebbe con un aumento dei tassi di interesse a questi accordi, a causa delle possibili ricadute sull’inflazione? È possibile che riconoscano che questo potrebbe fermare la ripresa dell’economia tedesca, provocando un rialzo dell’euro, e fermando così le esportazioni?”