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Rapporto Istat: occupazione Italia soffre ancora crisi 2008. Intensità crescita Pil insufficiente

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Un primato, l’Italia, se lo aggiudica: è il paese più vecchio dell’Ue, se si considera la quota di 65enni e più, rispetto alla popolazione complessiva. Quota che sale al 22%, e che supera anche quella della Germania.

E’ solo uno degli aspetti che fanno l’Italia presentata nel Rapporto annuale dell’Istat, oggi, alla Camera.

Viene poi da chiedersi quanto ancora gli italiani possano continuare a criticare il modello della società americana – spesso accusata di essere troppo competitiva, e troppo diligente nel seguire il diktat della natura del “vince il più forte” – quando, almeno negli Usa, chi nasce da una famiglia povera riesce a diventare alto funzionario o alto dirigente mentre qui, in Italia, “l’ascensore sociale è fermo”. 

Si nasce in una classe sociale e nella maggior parte dei casi si rimane in quella. Ovvero: destino quasi segnato per chi appartiene a un determinato contesto di povertà, e destino altrettanto segnato ma con un’accezione positiva per chi nasce in un contesto di ricchezza. 

E’ lo stesso Giorgio Alleva, numero uno dell’Istat, a parlare di ascensore sociale fermo e di società immobile.

“I gruppi sociali individuati dalle nostre analisi hanno carattere strutturale. E tendono a perpetuarsi nel tempo”. E’ assente in Italia “l’immagine di una società liquida, molecolare, circolare, come è stata variamente definita” , anche perchè “sono particolarmente forti i legami tra l’attuale posizione degli individui e il contesto socio-economico della famiglia d’ordine”.

In sostanza, chi nasce in un determinato contesto tende a rimanere impantanato nello stesso, senza grandi possibilità di svolta, e “altri meccanismi di trasmissione intergenerazionale, tendono a creare rendite e a ostacolare i processi di mobilità sociale”.

Un esempio più che calzante è il successivo:

Il 40% dei figli in famiglie con un livello d’istruzione basso non va oltre la licenza media, mentre poco più di uno su dieci riesce a ottenere un titolo universitario. All’opposto, l’incidenza dei titoli di licenza media è meno del 4% tra i figli dei laureati che hanno un titolo di studio universitario in oltre il 60% dei casi. L’incidenza di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni con almeno uno dei genitori con titolo universitario, pari in media al 27%, raggiunge livelli assai più elevati tra quanti conseguono una laurea nell’area scientifica (42,2%), in quella giuridica (41,0%) o in architettura (31,9%). La notevole quota di questi giovani con almeno un genitore laureato nell’area giuridica e in architettura lascia intravedere l’azione di processi di “ereditarietà professionale” sulle scelte formative”.

Tra l’altro, come descritto nel Rapporto, si parla anche di esplosione di classi sociali, visto che “la diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi”.

Inquietante, che “la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”.

Ancora, che fine hanno fatto le forze un tempo motrici della crescita dell’economia, ovvero la piccola borghesia e la classe operaia? Stanno, di fatto, scomparendo.

“La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia“. Eppure entrambe, per l’appunto, “sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese”.

Le cose sono decisamente cambiate, con la prima, sottolinea l’Istat, che “ha abbandonato il ruolo di spinta all’equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell’evoluzione sociale (in termini sia produttivi sia di costumi)”.

Le classi sociali che sopravvivono sono la classe media impiegatizia, ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l’83,5% nelle famiglie di impiegati e la classe dei dirigenti, che è la classe dell’innovazione sociale, in quanto detentrice dei mezzi di produzione e del potere decisionale, con un titolo di studio che di fatto determina l’appartenenza a questa classe privilegiata.

Nel rappresentare la nuova mappa socio-economica dell’Italia, l’Istat riconosce nove gruppi in base al reddito, alla cittadinanza, ai titoli di studio, e non guarda più solo alla professione:

I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle ‘famiglie di impiegati’, appartenenti alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle ‘famiglie degli operai in pensione’, fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone).

Alla fascia di benestanti appartengono anche le ‘pensioni d’argento’ (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone), ma il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla ‘classe dirigente’ (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

Alla categoria reddito medio appartengono oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di ‘giovani blu collar’ (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone).

Il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle ‘famiglie a basso reddito con stranieri’ (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguito dalle ‘famiglie a basso reddito di soli italiani’ (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose ‘famiglie tradizionali della provincia’ e il gruppo che riunisce ‘anziane sole e giovani disoccupati’.

Tornando ai fondamentali economici del paese:

Cresce il numero delle famiglie senza lavoro; l’intensità della crescita del Pil viene considerata “insufficiente”, come sottolinea ancora Alleva.  Certo, qualche buona notizia c’è. Il numero dei Neet per esempio è calato nel 2016, intendendosi per Neet i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non hanno un’occupazione e non sono in formazione.

L’esercito di Neet rimane ben rifornito, contando comunque 2,2 milioni di unità, e Alleva sottolinea che “tra loro prevalgono quelli che vorrebbero lavorare: 960.000 sono in cerca di occupazione”. 

Ci sono particolari categorie in cui la condizione di Neet è più diffusa, spiega Alleva. Ciò accade,  “oltre che tra le donne, nelle regioni meridionali e tra i giovani che vivono ancora nella famiglia d’origine (che sono i tre quarti)”.

Inoltre, tra i giovani che hanno un lavoro, la nota stonata non manca:

“Rispetto ad un anno prima diminuisce la quota di quanti conservano l’occupazione ad un anno di distanza e si riducono le transizioni verso il lavoro standard (dal 17,7% del 2014-2015 al 15,4% del 2015-2016)”.

Piaga disoccupazione, altro capitolo spinoso. Alleva afferma che i senza lavoro ammontano a poco meno di 6,4 milioni. 

“Nel complesso, le persone in cerca di occupazione si riducono a circa 3 milioni” nel 2016, ma “se si sommano ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, vale a dire le persone che vorrebbero lavorare ma non hanno cercato lavoro, le persone interessate a lavorare ammontano a 6,4 milioni“.

In generale, negli ultimi due anni c’è stato un recupero del numero di occupati, con una crescita “a ritmi più sostenuti” in particolare nel 2016, a quota 22,8 milioni.

Tuttavia l’Istat sottolinea che l’occupazione in Italia è ancora a un livello inferiore di 333mila unità rispetto al periodo precrisi. In Europa, precisa l’istituto di statistica, per la prima volta il numero degli occupati ha invece superato il livello precrisi e il tasso di occupazione è risultato superiore di 0,9 punti percentuali rispetto al 2008, anche se solo nella metà dei paesi esaminati.

Per Alleva “quel che appare ormai certo è che la recessione del 2008, con il suo profondo impatto sulla struttura economica del Paese, ha rappresentato per la società liquida una grande gelata”. In assenza di mobilità sociale, “la frammentazione si è cristallizzata e le diseguaglianze sono aumentate”.