Rally delle costruzioni a Shanghai. La Cina pronta a ritirare un 1 trilione di dollari da Wall Street

Inviato da Floriana Liuni il Mer, 05/12/2012 - 12:11
Seduta sorprendente oggi per la Borsa di Shanghai, che si lascia alle spalle una settimana di performance altalenanti mettendo a segno un deciso rally di quasi il 4% che ha trascinato con sé anche le altre Borse del continente asiatico. Hong Kong ha infatti terminato con un +2,16% , e perfino la Borsa australiana ha chiuso in positivo, con un +0,37%, nonostante le indicazioni sotto le attese sul Pil del terzo trimestre.
 

A spandere tanto ottimismo sui mercati asiatici - e in particolare su quelli cinesi, che hanno raggiunto i maggiori rialzi da tre mesi in qua - potrebbero esserci due fattori. Il primo, sostenuto dall'agenzia Bloomberg, consiste nei forti rialzi dei titoli bancari e assicurativi, e nelle speculazioni al rialzo sui titoli cementiferi e legati alle costruzioni. Speculazione basata su rumours che il nuovo governo di Xi Jinping, nella riunione tenutasi ieri presso il Politburo cinese, potrebbe aver annunciato nuovo impulso all'urbanizzazione del Paese e al settore del real estate.
 
Secondo l'agenzia Xinhua, inoltre, il governo vorrebbe facilitare il finanziamento destinato alle infrastrutture nelle regioni di cooperazione "cross-border" in alcune province di confine, per facilitare l'apertura verso gli Stati immediatamente al di fuori dei confini della Cina. Di conseguenza, le società legate alle costruzioni dell'indice CSI 300, secondo l'agenzia di stampa americana, hanno riportato in media un progresso del 4,2%. A contribuire al rally, anche la buona performance del settore assicurativo, in particolare del titolo Ping An Insurance progredito del 4,1% dopo che HSBC ha venduto la propria quota per 9,4 miliardi di dollari.

Ma al di là della performance di oggi, un altro fattore, che si fa di giorno in giorno più probabile, potrebbe innescare sui listini cinesi un rally più duraturo. Secondo alcuni osservatori, infatti, si avvicina sempre più il momento in cui le società cinesi quotate a Wall Street lasceranno l'America per tornare a quotarsi sulle Borse asiatiche. A riportare la notizia è il Financial Times e il sito di Marketwatch: il casus belli che potrebbe rivelarsi decisivo è la multa comminata lunedì dalla Sec (la Consob americana) alle filiali cinesi di Ernst&Young, Deloitte, PriceWaterhouseCoopers e KPMG, "colpevoli" di non utilizzare revisori registrati al Public Company Accounting Oversight Board, come richiesto dalla legge americana sulle società di auditing, anche straniere, quotate negli Usa. Una multa che, secondo i dirigenti cinesi delle compagnie, segnala la pretesa da parte degli americani di dettare legge sui cittadini e sulle società cinesi.

Se una simile pretesa dovesse risultare sgradita alle centinaia di imprese con gli occhi a mandorla quotate a Wall Street, queste potrebbero decidere di chiudere la propria quotazione in America per andarsene altrove, magari tornando nella madrepatria in un momento in cui la Cina si prepara ad aprirsi agli investimenti esteri con conseguente aumento di valore per il mercato domestico dei capitali. 
 
La probabilità che questo avvenga, secondo il docente della Peking University Paul Gillis, è drammaticamente salita dal 20% di giugno all'80% di oggi. Se questo fosse il caso, Wall Street pagherebbe la sua "pretesa di controllo" sulle società cinesi perdendo oltre 1 trilione di dollari. Secondo i calcoli di Macquarie, infatti, la capitalizzazione di mercato delle 200 maggiori Chinese American Depositary Receipts è di 951 miliardi di dollari, mentre le società cinesi quotate esclusivamente negli Usa valgono circa 101 miliardi di dollari in capitalizzazione. Tenendo conto che il mercato americano - così come dipinto dall'indice Russel 3000, che ne rappresenta circa il 98% - vale ad oggi 16,39 trilioni di dollari, il Dragone infliggerebbe agli Usa un colpo di coda non da poco.
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