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Prova di forza di Bpm&Co. alla sindrome aumenti di capitale. Per l’Ft però non c’è scampo

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Ubi banca ha aperto una crepa nel clima di calma apparente che avvolge il settore finanziario che indossa la casacca tricolore. La paura ieri in Borsa è stata grande. I titoli dei principali istituti hanno imboccato la via dei ribassi. Una debacle che non ha risparmiato nessuno. Fino alla prossima volta, c’è chi ironizza nelle sale operative. A Milano in avvio hanno tentato di rialzare la testa le azioni delle banche, ma a metà mattina si è cambiato copione. Le Mps sono tornate a scivolare (-0,28%), risentendo dei timori che la banca possa lanciare un aumento di capitale, sulla falsariga di quanto fatto a gennaio dal Banco Popolare (+0,29% a 2,104 euro) e di quanto annunciato da Ubi (+1,24% a 6,1 euro) nei giorni scorsi.


Sopra la parità dello 0,22% le Unicredit e dello 0,27% le Intesa Sanpaolo, con il mercato che si interroga sull’eventuale ruolo dei due istituti nella partita per il controllo di Parmalat (+0,09%). Per contro salgono del 3,26% le Bpm, beneficiando dell’annuncio che l’istituto non lancerà un aumento di capitale. La banca ha inoltre pubblicato i conti del 2010, archiviati con un utile netto consolidato a 106 milioni (+2,3% annuo). Eppure per gli analisti è difficile chiudere a chiave nel cassetto la giornata di ieri e dimentarew. La situazione per le banche italiane resta irrisolta. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha parlato chiaro: ha chiesto agli istituti di comunicare eventuali operazioni di rafforzamento del capitale prima della pubblicazione degli stress test a giugno.

Alle sollecitazioni di Palazzo Koch si sono sommate poi in queste settimane anche quelle del Ministero dell’Economia, Giulio Tremonti. Le Autorità monetarie e di Governo sono preoccupate per la nuova tornata di esame e per questo spingono per rafforzare entro giugno le situazioni patrimoniali più fragili. Risultato: si sono allungate nuove ombre sulla capacità di tenuta del comparto finanziario, al di là dell’entusiasmo che si respira in Borsa. Che i nervi siano scoperti lo prova la reazione all”annuncio della ricapitalizzazione da un miliardo di euro da attuare entro l’estate. L’annuncio arrivato dal gruppo lombardo guidato da Victor Massiah, volto a rafforzare il ratio di capitale dal 7% all’8%, ha colto di sorpresa gli investitori e ha riportato d’attualità il pericolo di incappare nella tagliola degli aumenti di capitale.


Sul mercato c’è chi guarda con sospetto a Piazza Meda e a Siena convinto che prima o poi sia Bpm sia Mps dovranno capitolare, nonostante la ritrosia degli ultimi giorni. “Si aspettano ora le decisioni da parte di Mps e Bpm su cui da settimane si rincorrono voci, indiscrezioni di mercato e smentite”, segnalano diversi analisti, anche se nelle sale operative sottolineano come il periodo non sia però dei migliori per chiedere soldi al mercato. Ieri da Piazza Meda l’ipotesi di ricapitalizzazione non è passata sulla linea Maginot del consiglio di amministrazione. Le barricate nella banca cooperativa restano alte. I sindacati-azionisti della Bpm hanno fatto muro alla proposta del presidente Massimo Ponzellini, e il rischio della Milano è quello di ritrovarsi ultima tra le grandi cooperative a ricapitalizzare a un prezzo sempre più salato.

 

Incalzato dagli analisti sul confronto con Ubi Banca, che lunedì ha annunciato un aumento di capitale fino a un miliardo, il direttore generale dell’istituto di Piazza Meda, Fiorenzo Dalu, oggi ha preferito non condurre un esplicito parallelo, ma è tornato ad osservare: “Una banca dichiarata sistemica – come alcuni analisti definiscono la stessa Ubi, ma non Bpm – ha bisogno di più capitale di una non sistemica. Ma allora il costo del funding cala vistosamente se è vero che è too big too fail. I vertici di Ubi Banca hanno più volte ribadito che una delle principali ragioni per il ricorso alla ricapitalizzazione è, oltre all’anticipo degli effetti di Basilea 3, il trend di aumento dei costi del funding”.

 

Anche su Rocca Salimbeni la nebbia resta alta. “Siamo impegnati a rafforzare il capitale, come manager abbiamo fatto un percorso che ci ha permesso di incrementare 180 punti base la nostra posizione patrimoniale e continueremo tutte le operazioni di capital management che ci permettano di rimborsare i Tremonti Bond”, così ha non risposto il direttore generale di Mps, Antonio Vigni, nel corso dell’incontro con gli analisti sui risultati 2010, a chi gli chiedeva se e quando il Monte procederà all’aumento di capitale che il mercato si attende per ripagare i Tremonti Bond e portare gli indici su livelli più elevati come richiesto dalle norme e istituzioni internazionali. Nessuna risposta diretta di Vigni nemmeno alla domanda sui tempi di una eventuale operazione.

 

Al di là delle dichiarazioni di rito, dietro le quinte qualcosa si starebbe muovendo. Al Tesoro starebbero approntando le munizioni per dare man forte al settore degli sportelli. Stando a quanto riportato da Il Sole 24 Ore il ministero dell’Economia starebbe studiando un piano che prevedrebbe l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti nel capitale delle banche. La CDP, infatti, si farebbe garante dell’inoptato degli aumenti di capitale che dovrebbero essere realizzati a seguito della pubblicazione degli stress test a giugno. “L’ipotesi ci sembra difficile da realizzare”, osservano gli analisti di Equita, segnalando che nelle popolari la CdP non potrebbe avere più dello 0.5%, ci sarebbero conflitti di interesse perché fra gli azionisti della CDP ci sono anche le Fondazioni. “Inoltre – ricordano alla sim milanese – le banche hanno reagito freddamente agli aiuti di stato, che si accingono tutte ora a ripagare. Ci sembra quindi improbabile che accolgano favorevolmente un ulteriore intervento da parte di un ente pubblico”.

 

Eppure per il Financial Times le banche italiane non hanno scampo. “Le banche italiane devono mettere le proprie scorte di capitale al di sopra di ogni dubbio, tutto d’un tratto”. E’ questa la ricetta che propone il Financial Times nella Lex Column, dopo aver ricordato l’aumento di capitale da 1 miliardo di Ubi Banca e come i ratio di molte grandi banche siano, o sotto o poco sopra, le richieste di Basilea III,, Secondo l’analisi del quotidiano della City solo “Mediobanca è in buona salute”. “Le banche ignorano il consiglio di Draghi e Tremonti di tagliare i dividendi – segnala il quotidiano della City – . Nel caso i banchieri italiani lo avessero dimenticato, il core tier 1 ratio del 7% di Basilea 3 è un minimo, non un obiettivo”.