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Prossima crisi à la Lehman o quasi: ecco quando arriverà per Roubini. Tra i fattori anche Italia

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In questa settimana che si avvia alla conclusione, c’è stato un nome che ossessivamente ha fatto la sua ricomparsa nella stampa italiana e globale, e che ha seminato un senso di ansia nei corridoi del mondo della finanza: quello di Lehman Brothers, ovvero della banca americana che, esattamente dieci anni fa, nel 2008, fu costretta nel giro di poche settimane a chiudere per sempre i battenti. Del decimo anniversario di quel crac parlano tra i vari economisti che in tutto il mondo hanno sfornato articoli su articoli, anche Nouriel Roubini, professore presso la Stern School of Business della NYU e ceo di Roubini Macro Associates, e Brunello Rosa, co-fondatore e ceo di Rosa & Roubini Associates.

I due esperti, in un articolo pubblicato su Project Syndicate, si guardano indietro, ma guardano soprattutto in avanti. E il titolo non è certo di buon auspicio: “The Makings of a 2020 Recession and Financial Crisis”.

C’è quel numero, 2020, che corrisponde a un preciso anno, che dista rispetto a quello attuale che stiamo vivendo di soli due anni. Due anni che, secondo Roubini e Rosa, ci separano dall’avvento di una nuova crisi finanziaria.

Sarà spaventosa come quella del 2008?

“Guardando in avanti, la domanda più importante è quale sarà il vero fattore che scatenerà la prossima recessione e crisi globali, e quando”, scrivono Roubini e Rosa.

L’anno sembra essere stato già deciso: il peggio si ripresenterà nel 2020.

“La crescita attuale globale continuerà probabilmente fino all’anno prossimo, se si considera che gli Stati Uniti stanno accumulando elevati livelli di deficit fiscali, che la Cina sta lanciando politiche accomodanti sia sul fronte fiscale che del credito,  che l’Europa rimane su un sentiero di ripresa. Ma, entro il 2020, le condizioni saranno mature per una crisi finanziaria, che sarà seguita da una recessione globale“.

Le ragioni che giustificano una tale previsione, per Roubini e Rosa, sono dieci:

  1.  Per prima cosa, le politiche di stimoli fiscali che stanno sostenendo al momento il tasso di crescita del Pil Usa, su base annua, al di sopra del suo potenziale del 2%, sono insostenibili. Entro il 2020, gli stimoli scadranno, e un freno fiscale modesto farà ritirare la crescita dal 3% a un valore lievemente inferiore al 2%.
  2. Il secondo motivo è che il timing degli stimoli fiscali (di Trump) non è stato tra i più azzeccati. Ciò significa che “l’economia Usa si sta surriscaldando e che l’inflazione sta salendo al di sopra del target (della Federal Reserve). E tale situazione implica che la Fed dovrà continuare ad alzare i tassi sui fed funds dall’attuale 2% ad almeno il 3,5% entro il 2020, fattore che probabilmente spingerà al rialzo i tassi di interesse di breve e lungo termine, così come le quotazioni del dollaro. Tutto questo, mentre l’inflazione sta già salendo in altre economie importanti e l’aumento dei prezzi del petrolio sta contribuendo ulteriormente alle pressioni inflazionistiche. Il risultato sarà che le altre banche centrali principali si allineeranno al processo di normalizzazione della politica monetaria avviato dalla Fed, che ridurrà la liquidità globale, esercitando una pressione rialzista sui tassi di interesse.
  3. Terzo, le dispute commerciali di Trump con la Cina, l’Europa, il Messico, il Canada e altri saranno interessate sicuramente da una escalation, che si tradurrà in una minore crescita e in un’inflazione più elevata”.
  4. Quarto motivo: le altre politiche Usa continueranno ad alimentare pressioni da stagflazione, portando la Fed ad alzare ancora di più i tassi di interesse. D’altronde, l’amministrazione (Trump) sta ponendo restrizioni agli investimenti verso gli Usa e dagli Usa nel mondo, elemento che colpirà la catena dell’offerta; (il governo) sta anche mettendo paletti all’arrivo di migranti, di cui c’è invece bisogno per garantire la crescita in un momento in cui la popolazione Usa invecchia; ancora, Trump sta scoraggiando gli investimenti nella green economy e non ha una politica di infrastrutture che sia capace di gestire eventuali intoppi che dovessero prevenire dal lato dell’offerta.
  5. Quinto: la crescita nel resto del mondo è destinata probabilmente a rallentare, e ciò sarà più vero visto che altri paesi risponderanno al protezionismo Usa con ritorsioni commerciali. La Cina, in particolare, dovrà rallentare la sua crescita per gestire il problema dell’eccesso di capacità e il leverage eccessivo; altrimenti, farà fronte a un hard landing. I mercati emergenti già fragili continueranno a scontare gli effetti del protezionismo e delle strette monetarie degli Stati Uniti.
  6. Sesto: “Anche l’Europa farà fronte a una crescita minore del Pil, a causa di una politica monetaria più restrittiva e per le tensioni commerciali. In più, politiche improntate al populismo in paesi come l’Italia potrebbero tradursi in dinamiche del debito insostenibili dentro l’Eurozona. Il ‘doom loop’ ancora irrisolto tra i debiti pubblici e le banche che detengono i relativi titoli di stato accentueranno il problema esistenziale di una Unione monetaria non completa, con una condivisione del rischio inadeguata. In queste condizioni, un’altra crisi globale potrebbe portare l’Italia e altri paesi a uscire dall’euro”.
  7. Roubini e Rosa non parlano di vere e proprie bolle speculative, ma segnalano la presenza di segnali che vanno in tale direzione (frothy) nei mercati azionari globali e americani. “Il rapporto prezzi-utili degli Stati Uniti è superiore del 50% rispetto alla media storica, le valutazioni del private equity sono diventate eccessive, i bond governativi sono troppo cari, se si considera il basso livello dei loro rendimenti”. Riferimento anche all’high-yield credit, che sta diventando sempre più costoso, ora che il leverage della corporate Usa ha testato i suoi massimi storici. In più, il leverage presente in molti mercati emergenti e in alcune economie avanzate è chiaramente eccessivo. La correzione dei mercati emergenti continuerà nell’azionario, nelle commodities, nel reddito fisso, con l’addensarsi delle nubi a livello mondiale. E, con gli investitori che guarderanno già avanti anticipando il rallentamento della crescita nel 2020, i mercati riprezzeranno gli asset rischiosi entro il 2019.
  8. Nel momento in cui si verificherà una correzione, il rischio di illiquidità e di svendite diventerà più grave. Roubini e Rosa prevedono anche che il trading eccessivo basato sugli algoritmi e sull’high-frequency aumenterà le probabilità di flash crash. Nel caso di un risk off, i mercati emergenti e i settori finanziari delle economie avanzate alle prese con massicce passività denominate in dollari non avranno più accesso alla Fed nelle vesti di prestatore di ultima istanza. Con l’inflazione in aumento e la normalizzazione della politica monetaria, non si potrà più contare sul sostegno che le banche centrali hanno fornito durante gli anni successivi alla crisi.
  9. “Trump ha già attaccato la Fed quando il tasso di crescita Usa si è attestato recentemente al 4%. Pensate solo a come si comporterà quando nel 2020 ci saranno le elezioni presidenziali, e probabilmente la crescita del Pil sarà rallentata a un ritmo inferiore all’1%, e gli Usa torneranno a far fronte alla perdita di posti di lavoro. La tentazione di Trump di agitare le acque orchestrando una crisi di politica estera sarà alta, soprattutto se i democratici riconquisteranno la Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di metà mandato del Congresso di quest’anno”.
  10. Alla fine, una volta che la tempesta perfetta si presenterà, mancheranno gli strumenti di politica per risolverla. Lo spazio di uno stimolo fiscale è già ora limitato dal debito pubblico massiccio. La possibilità di politiche monetarie più anticonvenzionali sarà ridotta dai bilanci gonfiati e dall’assenza di spazi per tagliare i tassi. I bailout nel settore finanziario saranno intollerabili in quei paesi dominati dai movimenti populisti e da governi quasi insolventi.

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