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Private Equity: Sattin, 30 mld da spendere per l’Italia Spa

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Da Rinascente a Coin, dai cavi Pirelli a Richard Ginori, dai Viaggi del Ventaglio ad Alitalia. L’industria italiana ha avviato da tempo i saldi. E in fila per fare acquisti c’è quasi solo una categoria di compratori: i fondi di private equity. Il motivo? Semplice: sono gli unici che hanno in tasca i soldi per fare shopping. Secondo i dati AIFI si ritrovano in portafoglio “solo” per fare nuovi investimenti in Italia circa 5 miliardi di euro, ai quali si aggiungono i “pro rata” destinati al Belpaese da parte dei grandi fondi internazionali. “Un ammontare di circa 10 miliardi di euro potrebbe essere una cifra stimata indicativa”, dice a Finanza.com Fabio Sattin, presidente di Private Equity Partners e unico italiano a far parte dell’Expert Group della Comunità Europea. “A questi si aggiunge quanto è possibile reperire a titolo di debito – stimabile in media in circa ulteriori 20 miliardi – per un totale di circa 30 miliardi di euro di teorica capacità di acquisto da destinare al mercato italiano”. Tanta capacità di spesa non si traduce però in concorrenza agguerrita. “E’ comunque una concorrenza inferiore rispetto ad altri paesi, come ad esempio l’Inghilterra”, continua Sattin, spiegando che a parità di dimensione dell’economia e popolazione ha un ammontare di risorse estremamente superiori a quelle disponibili per il mercato italiano. Secondo i dati EVCA in Inghilterra sono, infatti, stati investiti solo nel 2005 circa 12 miliardi di euro contro i circa 3 investiti in Italia. Senza contare che in Italia oggi operano circa 100 operatori di private equity, anche qui, un numero importante e crescente, ma sicuramente inferiore che a quelli che operano Oltre Manica. “Possiamo dire che l’Italia continua a rappresentare uno di mercati più interessanti per gli investimenti in private equity e questo è anche dimostrato dalla crescente attenzione che gli investitori istituzionali stanno riservando al nostro Paese”, continua Sattin. Dall’altra parte è lo stesso tessuto industriale italiano a rendere il Belpaese terreno fertile per operazioni che vedono i fondi di private equity in campo. “Un importante contributo, in particolare relativi alle operazioni di buy out, è connesso alla soluzione di problemi legati al ricambio generazionale ed alla creazione di imprenditorialità diffusa e competente, grazie alle operazioni di management buy-out che consentono al management, che ha le competenze ma non le risorse finanziarie, di partecipare come azionista nelle società presso le quali lavora”, sostiene il rappresentante dell’Expert Group, sottolineando che il raggio d’azione del private equity si è allargato, rivolgendo a società che hanno bisogno di essere ristrutturate. “E’ emersa una nuova categoria: quella dei turn around, ossia operatori specializzati in operazioni di società che devono essere ristrutturate. Anche il turismo che qualche volta scricchiola è diventato d’interesse”. Di primissima attualità sono comunque il settore Telecom, con Tiscali e Fastweb in testa, e la grande distribuzione.