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Il prezzo dell’oro. Un segnale di allarme?

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Alcuni economisti credono che il boom dell’oro e dell’argento potrebbe preannunciare una crisi della principale economia del pianeta. Secondo questo gruppo di esperti, il boom del metallo giallo rappresenterebbe un segnale chiaro della resa dei conti che attende l’economia Usa dopo un lungo periodo di crescita trainata dal denaro a basso costo e da un’impennata del deficit, causta dalla crescita sia della propensione all’indebitamento sia delle importazioni di prodotti asiatici a basso costo.

Dai tempi dei romani, l’oro e l’argento hanno sempre messo a confronto i governi spendaccioni con la realtà. A partire dal regno di Nerone, i governanti romani hanno cominciato a usare quantità decrescenti di metallo giallo per coniare quantità crescenti di moneta. Quando la popolazione di Roma si accorse del tranello, il valore delle moente cominciò a perdere terreno. In 44 anni, il prezzo dei beni di prima necessità aumentò di venti volte. Solo quando l’imperatore Costantino decise di coniare una nuova moneta – chiamata solidus -, i romani riuscirono nell’intento di controllare l’inflazione.

Da quel momento, l’oro e, in minor misura, l’argento, hanno assunto il ruolo di rifugio degli investitori, preoccupati per gli effetti negativi provocati dalla politica economica. Secondo l’economista Herbert Hoover, questa è stata una delle poche funzioni dell’oro, visto che un governo può emettere tutta la moneta che desidera – abbassando il valore del circolante -, ma non può fabbricare oro.

La quotazione dell’oro si è allontanata dal picco massimo di 729 dollari toccato agli inizi di maggio, ma resta pur sempre su livelli molto più elevati degli ultimi 25 anni. Nel suo libro ‘L’Oro’, Paul Bernstein ricorda fino a che punto sono arrivati i timori della popolazione per l’andamento dell’economia. Attualmente, la febbre dell’oro non raggiunge i livelli del passato, ma è possibile individuare dei paralleli. Su eBay, il sito internet specializzato in aste on line, sono stati negoziati 9.500 lingotti d’oro nelle ultime due settimane ( una ogni due minuti, corrispondenti ad un incremento del 27% rispetto alle settimane precedenti).

I rialzi del metallo giallo corrispondono quasi sempre con fasi di debolezza del biglietto verde. Inoltre, esistono svariate ragioni che sostengono il deprezzamento del dollaro. Gli statunitensi hanno inviato migliaia di milioni di Usd all’estero per acquistare prodotti di altri paesi, inondando il mondo di dollari. Negli ultimi anni, il governo Usa continua a spendere più denaro di quanto incassi e la Federal Reserve ha iniettato grandi quantità di denaro per evitare l’acutizzarsi della depressione economica.

In altre parole, ci sono tutte le precondizioni per ipotizzare che l’impennata delle quotazioni dell’oro corrisponda con l’inizio della crisi tanto temuta dagli economisti. A tal proposito, due editorialisti del ‘The Wall Strett Journal’ hanno scritto che il futuro ci riserva una crisi monetaria e un’impennata allarmante dell’inflazione.

Venti annio fa, Bernstein ha inventato un indicatore denominato indice Grim, che determina il prezzo dell’oro rispetto all’evoluzione del prezzo di altre materie prime indistriali ( ad esempio: il rame). Secondo questo indice, quando le quotazioni dell’oro e delle altre materie prime si muovono all’unisono verso l’alto, significa che l’economia funziona. I prezzi aumentano quando l’economia mondiale cresce e cadono quando l’offerta di commodities è superiore alla domanda. Quando l’oro si impenna senza essere seguito dalla crescita delle quotazioni delle materie prime, significa che gli investitori vedono nel metallo giallo un bene rifugio per evitare gli efffetti della crisi ( questa situazione si verifico alla fine degli anni settanta).

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una sensibile crescita del prezzo dell’oro e delle altre commodities. Tuttavia, la crescita post 2002 rappresenta solo una piccola compensazione della caduta dei prezzi delle commodities registrata negli anni ottanta e novanta. A cura di www.fondionline.it