Previdenza complementare? gli italiani non si fidano

Inviato da Redazione il Ven, 16/11/2012 - 12:29
Una vecchiaia di ristrettezze è ciò che si aspettano gli italiani della crisi, di qualunque età e condizione. Lo evidenzia l'analisi della Fondazione Censis sul rapporto «Promuovere la previdenza complementare come strumento efficace per una longevità serena», che sarà presentato a gennaio. Quel che emerge dall'analisi è che i lavoratori oggi sono certi che avranno una pensione bassa, e che dovranno integrarla con strumenti diversi. Ma spesso questi strumenti non hanno a che fare con la previdenza complementare, sulla quale gli italiani sono poco informati e verso cui non nutrono grande fiducia. La persistente mutevolezza delle regole previdenziali la paura di non riuscire a costruire nel tempo una propria posizione previdenziale per l'inadeguatezza dei propri redditi e/o per il timore di perdere il lavoro sono tra i fattori che più incidono sulla percezione degli italiani del proprio futuro previdenziale.
I lavoratori italiani in maggioranza (il 46%) pensano alla propria vecchiaia come a un periodo di ristrettezze in cui non avranno granché da spendere. Il 24,5% pensa invece che non potrà scialare ma avrà comunque abbastanza per togliersi qualche sfizio, l'8% pensa che potrà godersi un po' di serenità anche grazie a buoni redditi, mentre il 21,5% pensa che è tutto molto incerto e non riesce a dare una definizione della vecchiaia che si aspetta.
I dipendenti pubblici e privati sono convinti nella stessa misura (47,9%) che la vecchiaia porterà ristrettezze e tagli alle proprie disponibilità, mentre è meno del 40% dei lavoratori autonomi a pensarlo. Gli autonomi sono più ottimisti, con quasi il 12% che ritiene che avrà redditi adeguati per una vecchiaia serena ed il 29,4% che si dice convinto che avrà abbastanza per togliersi qualche sfizio.
In media i lavoratori italiani pensano che la propria pensione pubblica sarà pari al 55% del proprio reddito da lavoro (cosiddetto tasso di sostituzione), con un grosso divario tra i più ottimisti dipendenti pubblici, che si aspettano un 62,2%, e i lavoratori autonomi che non sperano oltre un 50,6%. Dal punto di vista dell'età, ad aspettarsi pensioni più consistenti sono i lavoratori più anziani (over 55), che si attendono un tasso di sostituzione oltre il 60,1%; un quarto di questi si spinge a sperare anche in una pensione che copra il 70% del reddito.
Come ovviare ai tempi di magra che si avvicinano allo scadere dell'età della pensione? Il 39,9% dei lavoratori ha indicato che integrerà l'assegno mensile con i propri risparmi ed eventuali investimenti finanziari, il 18,7% col patrimonio immobiliare.
Solo il 16,5% pensa di rivolgersi ad una forma di previdenza complementare, dai Fondi pensione ai Pip: questo strumento non è dunque percepito così importante come il Governo vorrebbe. I motivi variano a seconda della situazione lavorativa: i dipendenti pubblici, più fiduciosi sul livello della pensione pubblica, guardano poco alla pensione complementare, e pensano di integrare la
componente pubblica con i risparmi propri opportunamente investiti in titoli mobiliari. I dipendenti privati, più pessimisti sulla pensione pubblica, pensano di doverla integrare con quella complementare e con polizze assicurative. Gli autonomi, ancora meno fiduciosi sulla pensione pubblica, puntano tutto sulla creazione di un proprio patrimonio immobiliare e l'acquisto di
polizze assicurative. Gli autonomi si impongono come praticanti del welfare fai-da-te.
In generale, il costo dello strumento è visto come eccessivo rispetto alle possibilità, e la fiducia è bassa. Infatti, oltre il 41% degli intervistati dichiara di non poterselo permettere, oltre il 28% dichiara di non fidarsi della previdenza complementare, il 19% si ritiene troppo giovane, e pensa sia prematuro pensarci, poi quote inferiori al 10% preferiscono tenere il Tfr in azienda perché pensano che garantisca un rendimento più sicuro, o semplicemente non vogliono fare scelte per il futuro. La sfiducia negli strumenti della previdenza è richiamata da oltre il 26% dei pubblici e dei privati e la quota decolla a oltre il 35% tra gli autonomi.
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