Polo Nord: parte la corsa all'oro dell'Artico

Inviato da Redazione il Gio, 02/03/2006 - 15:17
Quel che per alcuni è un disastro ecologico annunciato, per altri rappresenta un'opportunità economica senza precedenti. Lo scioglimento del ghiaccio dell'Artide aprirà nuove rotte marittime, traslerà i fondali più pescosi, creerà nuove destinazioni turistiche e faciliterà l'accesso ai giacimenti petroliferi e di gas naturale localizzati in paesi politicamente stabili. In siffatto contesto, non è strano che otto governi e numerose multinazionali abbiano iniziato una corsa sfrenata per il controllo delle risorse presenti in queste aree.
Il surriscaldamento globale ha cominciato a cambiare non solo la fisionomia, ma anche l'economia del pianeta. La manifestazione più evidente è la facilitazione delle operazioni di prospezione e perforazione dovuta al progressivo allentamento della morsa di ghiaccio Artico. L'Artide è una regione che ospita il 25% delle riserve mondiali di petrolio ( 375 miliardi di barili), con un potenziale più che sufficiente a compensare il calo delle esportazioni previsto nell'area medio- orientale. Le implicazioni politiche e strategiche sono notevoli: potrebbero determinare la riduzione del potere dell'Opec e far schizzare alle stelle quello della Norvegia.
La guerra diplomatica consiste nello stabilire a chi e in quale quantità spetta il possesso delle acque e dei territori che saranno sottratti al gelo. La competizione coinvolge otto paesi: Stati Uniti, Canada, Islanda, Svezia, Russia, Danimarca, Finlandia e Norvegia. Il problema risiede nell'assenza di un metodo concordato per dirimere le controversie. L'ONU propone due formule: una divisione che tenga conto di una proporzione con il numero di chilometri di costa posseduti da ciascuna nazione, o l'adozione di un metodo che prende in considerazione i gradi di longitudine terrestre (utilizzando il Polo Nord come centro). Oslo e Mosca sono favorevoli a questa seconda formula. Copenhagen sostiene che una catena montagnosa sottomarina di 1.600 chilometri - la cordigliera di Lomonosov - sia geologicamente unita alla Groenlandia e, pertanto, venga considerata territorio danese.
Questa moderna febbre dell'oro artico ha provocato un potenziamento di località come Churchill - nella provincia canadese di Manitoba - e di Hammerfest - in Norvegia -, il punto abitato più settentrionale del pianeta. Il mitico passaggio a Nord Ovest - che collega l'Atlantico e il Pacifico attraverso un arcipelago localizzato nelle acque norvegesi - resterà aperto tutto l'anno se lo scioglimento dei ghiacciai proseguirà agli attuali ritmi. In tal caso, il trasporto di merci tra Europa e Asia potrebbe accorciarsi di ben 4.000 chilometri (evitando il canale di Panama). Nel breve termine, il riscaldamento globale consentirebbe la navigazione sulla rotta marittima settentrionale, utilizzata dall'Unione Sovietica con l'ausilio delle navi rompighiaccio. Alcuni ipotizzano il pieno utilizzo del 'ponte artico' - aperto solo 4 mesi all'anno a causa del congelamento della Baia di Hudson -, che collega Murmansk con Churchill.
Ingegneri, tecnici specializzati e avventurieri di tutto il mondo hanno trasformato la città norvegese di Hammerfest nel nuovo Klondike. La calamita è un gigantesco complesso (controllato dalla società petrolifera novergese Statoil) che si dedica all'estrazione di gas naturale dalle profondità del mare di Barents, e del suo trasporto - una volta ridotto allo stato liquido - nel Maryland (Usa). Il costo dell'impianto ha raggiunto gli 8,8 miliardi di Usd, ma Oslo lo considera di fondamentale importanza. La Norvegia è il terzo esportatore di gas al mondo dopo Arabia Saudita e Russia. La stabilità politica norvegese e le sue enormi riserve di gas, fanno si che il Dipartimento di Stato Usa attribuisca grande importanza strategica allo stabilimento. Un poco più ad Est - in acque territoriali russe - si trovano altri due stabilimenti di dimensioni ancora più grandi, con costi di sviluppo stimati in 15.000 milioni di euro ( che saranno finanziati dal gigante russo Gazprom, dalle società norvegesi Hydro e Statoil, dalla francese Total e dalle nordamericane Chevron e Conoco Phillips. Shell e British Petroleum sono rimaste fuori da questa operazione, ma i loro vertici stanno negoziando i permessi per operare nell'area.
Gli scienziati e i difensori della natura credono che gli stabilimenti industriali presenti nell'area, uniti al traffico marittimo e alle attività di ricerca di nuovi giacimenti, costituiscano un sacrilegio che provocherà un ulteriore accelerazione del processo di surriscaldamento atmosferico e la distruzione dell'ecosistema. A cura di www.fondionline.it


COMMENTA LA NOTIZIA