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Pir, un tesoretto di oltre 1,25 miliardi per l’Aim Italia. Favoriranno liquidità e ingresso nuovi investitori

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“Il tesoretto del Pir vale oltre 1,25 miliardi”: è questo il titolo di un articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera, dedicato al nuovo fenomeno di investimento: i Pir, per l’appunto, ovvero piani individuali di risparmio, che sono stati introdotti dall’ultima legge di bilancio e che rappresentano una nuova forma di risparmio che beneficia di incentivi fiscali, tra cui la detassazione completa della plusvalenza.

Il Corriere riporta i risultati di uno studio che è stato realizzato dalla società di consulenza Ir Top e che è stato presentato ieri, in occasione dell’evento Aim Investor Day, organizzato da Borsa Italiana.  Dal report “Pir: stima dell’impatto su Aim Italia” risulta che i Pir garantiranno all’Aim Italia un valore aggiunto di 1,25 miliardi nell’arco dei prossimi cinque anni.

Così Anna Lambiase, fondatore e amministratore delegato di Ir Top: 

“Il governo stima un afflusso di risorse finanziarie provenienti dai Pir pari a 18 miliardi in 5 anni. Nell’attuale scenario di tassi bassi, è possibile ipotizzare che due terzi delle risorse confluiscano nell’azionario, cioè 12 miliardi in 5 anni. Ipotizzando uno scenario conservativo nel quale il 30% delle risorse dell’azionario sia investito su titoli non appartenenti all’indice Ftse Mib, si stima un apporto di capitali sulle Mid e small cap di 3,6 miliardi in 5 anni, di cui 1,25 miliardi su Aim Italia”.

Da segnalare che, in base a quanto stabilisce la regolamentazione dei Pir, il 21% del valore complessivo del patrimonio di un Piano individuale di risparmio deve essere investito in società di piccola e media capitalizzazione, ovvero in small e mid cap. Per almeno due terzi dell’anno, le somme destinate ai Pir devono essere inoltre investite, per almeno il 70% del valore complessivo in strumenti finanziari (anche non scambiati sui mercati regolamentati), emessi da aziende che non sono attive nel mercato immobiliare, siano residenti in stati membri dell’Ue o Stati che operino nel tessuto economico europeo con organizzazioni stabili. E, a sua volta, la quota del 70% deve essere investita per almeno il 30% in strumenti finanziari di aziende non quotate sull’indice Ftse Mib o su indici benchmark di altri mercati regolamentati.

 

(in fase di scrittura)