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Pil Usa +3%, per Dollar Index settimana migliore del 2017. Euro sconta crisi Catalogna e Bce

La moneta unica ha perso anche quota $1,16 e si avvia a concludere la settimana peggiore dal quarto trimestre del 2016.

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Il Pil Usa è salito del 3% nel terzo trimestre dell’anno, a dispetto del passaggio degli uragani Harvey e Irma, che comunque hanno avuto un impatto negativo sulla crescita. Il dato si è confermato superiore al +2,7% atteso dagli analisti, e lievemente al di sotto del +3,1% del secondo trimestre dell’anno.

L’ultima volta che l’economia americana ha riportato due trimestri consecutivi di crescita superiore al 3% è stata nel 2014.

Immediato l’effetto sul dollaro, che già stava salendo beneficiando dei forti smobilizzi sull’euro innescati dall’annuncio di ieri della Bce e dei rumor secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe deciso di dare il benservito a Janet Yellen, e dunque di non confermarla alla scadenza del mandato di presidente della Fed.

La diffusione del dato ha incrementato i buy sul biglietto verde, come dimostra il grafico, in quanto i trader hanno scommesso ulteriormente su nuove strette monetarie da parte della Federal Reserve, vista la solidità dei fondamentali economici Usa.

Agli acquisti sul dollaro si è accompagnato il sell off sull’euro, aumentato con l’arrivo della notizia della dichiarazione di indipendenza da parte del Parlamento della Catalogna: un chiaro segnale di sfida nei confronti di Madrid e del governo del premier Mariano Rajoy.

La moneta unica ha perso anche quota $1,16 e si avvia a concludere la settimana peggiore del 2017, in particolare dal quarto trimestre del 2016.

L’indice sul dollaro è salito invece al massimo in tre mesi a 95,137, crescendo dell’1,5% su base settimanale, al ritmo più forte del 2017 e dal dicembre dello scorso anno.

Gli acquisti sul dollaro sono stati frenati tuttavia da alcune indiscrezioni, secondo cui la scelta di Trump sarebbe caduta sul governatore della Fed, Jerome Powell. I rumor, diffusi da Bloomberg News, hanno ridotto i guadagni della valuta Usa, che ha virato in rosso nei confronti dello yen.

Sotto pressione anche i tassi sui Treasuries a 10 anni, al 2,433% rispetto al 2,452% della chiusura di giovedì. I tassi a due anni oscillano attorno all’1,584%, dopo essere saliti fino all’1,618% alla vigilia, e quelli a 30 anni scendono al 2,945%, contro il 2,959% di ieri.

La frenata del dollaro e dei rendimenti dei Treasuries si spiega con il fatto che Powell viene considerato simile a Yellen nella sua visione di politica monetaria, e sicuramente meno falco di John Taylor, l’altro candidato al timone della Fed considerato tra quelli più probabili a diventare numero uno della Banca centrale americana.

Tornando al Pil Usa, questo è stato sostenuto, in particolare, dalle spese per consumi, che sono salite a un tasso del 2,4% nel terzo trimestre, rallentando comunque dal +3,3% del secondo trimestre. Le aziende hanno aumentato le scorte, prevedendo probabilmente una forte domanda nei prossimi mesi, con gli investimenti in scorte che hanno inciso sulla crescita del Pil per 0,73 punti percentuali.

In generale, gli investimenti aziendali sono saliti del 3,9%, incentivati soprattutto dalla spesa su nuove attrezzature; in crescita anche le esportazioni Usa, +2,3%, mentre nel trimestre le importazioni sono scese dello 0,8%.

Nel commentare il trend del Pil Usa James Smith, economista della divisione dei mercati avanzati di ING Research, ha ricordato comunque che il ‘mal di testa’ per la Fed non è rappresentato tanto dalla crescita economica, che rimane solida, quanto dall’inflazione. Sebbene preveda che le pressioni inflazionistiche saliranno nel corso dei prossimi mesi, Smith ha scritto che i mercati rimangono scettici e cauti rispetto alle “ambizioni della Fed su nuovi rialzi dei tassi di interesse” e che un’altra “grande incertezza”, è la “saga su chi sarà il numero uno della Fed, che si chiuderà comunque la prossima settimana”.

Altri rischi – ha continuato l’economista di ING – sono rappresentati dai timori di un’altra crisi legata al tetto sul debito Usa a dicembre, proprio il mese in cui si riunirà la Fed. In ogni caso, ING prevede tuttora un rialzo dei tassi Usa a dicembre, seguito da altre due strette nel 2018.

Occhio anche alla nota di Aberdeen Standard Investments, che ha fatto notare quanto è emerso dallo ‘US Nowcast’, “indicatore predisposto da Aberdeen Asset Management per supportare a livello informativo l’attività e le opinioni dei suoi gestori, che aggrega un’ampia gamma dei più recenti dati economici per determinare lo stato di salute dell’attività economica” degli Stati Uniti.

Dallo US Nowcast  risulta che il Pil Usa, in realtà, sta “crescendo ad un ritmo superiore al 4,1%, livello raggiunto di rado dallo scoppio della crisi finanziaria, il che avvalora l’ipotesi di un rialzo dei tassi a dicembre e fino ad altri tre rialzi nel 2018. La crescita è migliorata rispetto al minimo del 2,3% all’inizio del 2016, quando circolavano timori su una stagnazione perenne dell’economia Usa”.

Di seguito, infine, la view di Vincenzo Longo, market strategist per IG che, ha scritto in una nota che il dato migliore delle attese (relativo al Pil Usa) per ora ha alimentato gli acquisti sul biglietto verde, con il cambio Euro/Dollaro che si è spinto sotto 1,16 per la prima volta dal 20 luglio scorso. Medesimo movimento anche verso yen e sterlina”.

Longo ha aggiunto che, “nel complesso, giudichiamo queste figure positive”, ma a suo avviso i numeri “poco impatto avranno sulle strategie della Federal Reserve, prossima ormai ad alzare i tassi d’interesse a dicembre”.

Lo strategist precisa che:

“Il mercato guarda con attenzione alla riforma fiscale di Trump, il cui processo sembra subire un’accelerazione, e alla prossima presidenza Fed che potrebbe vedere l’ascesa di John Taylor (membro molto aggressivo). Due elementi questi in grado di alimentare delle aspettative su un’accelerazione nella dinamica del rialzo dei tassi d’interesse nel 2018 (almeno 4 rialzi). In proposito, gli occhi dei gestori sono tutti per il mondo del fixed income governativo, che potrebbe richiamare l’attenzione a scapito dell’equity”.

“Tornando sul forex, alla luce dei dati e della riunione Bce di ieri, ci aspettiamo una prosecuzione della discesa del cambio Eur/Usd almeno fino a 1,13 entro la fine di novembre”.