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Piazza Affari inizia a sentire le elezioni, Ftse Mib cede oltre il 2%. Oro sui minimi da luglio 2012

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L’avvicinarsi delle elezioni inizia a farsi sentire a Piazza Affari. Dopo qualche seduta di relativa tranquillità, oggi il listino milanese sente l’avvertimento di Standard & Poor’s. L’agenzia statunitense, che ha un outlook negativo sul rating del Belpaese (BBB+), ha fatto sapere che se dalle elezioni del 24-25 febbraio non uscirà una maggioranza chiara la crescita del Paese e le riforme sono a rischio. La capacità di portare avanti la spinta riformatrice dipenderà quindi dalla forza del mandato del prossimo governo, forza che andrà valutata “in tutti e due i rami del Parlamento” anche perché è proprio alla “frammentazione e alla debolezza delle coalizioni politiche che è possibile attribuire l’alto debito pubblico, stimato al 127% del Pil a fine 2012”.

Un po’ di nervosismo era comunque ampiamente atteso dalla maggior parte delle case d’affari, ma nessuno ha previsto situazioni di panic selling o un replay del novembre 2011, quando ci fu il drammatico cambio a Palazzo Chigi. Il nervosismo si nota anche sul mercato secondario dove lo spread tra il Btp a dieci anni e il Bund tedesco si è portato oltre quota 280 punti base, mentre a Piazza Affari l’indice Ftse Mib cede oltre 2 punti percentuali a euro. I più colpiti sono i titoli del comparto bancario: Popolare di Milano cede il 3,20% a 0,545 euro, Banco Popolare il 3,10% a 1,363 euro, Intesa SanPaolo il 3% a 1,335 euro, Unicredit il 2,70% a 4,116 euro, Mediobanca il 2,50% a 5,30 euro.
 
Le vendite hanno colpito anche Wall Street e Tokyo dopo la diffusione dei verbali della Federal Reserve. La Banca centrale americana potrebbe arrestare il piano di acquisto asset prima del raggiungimento di un miglioramento sostanziale del mercato del lavoro. Il trend ribassista si accentua anche sull’oro. Il metallo giallo ha toccato i minimi a oltre 7 mesi con il prezzo spot sceso fino a 1.555,55 dollari l’oncia portando il saldo negativo da inizio 2013 a oltre il 7%.

Anche in questo caso, a gravare sull’oro sono principalmente le minute della Federal Reserve. Nel dettaglio, alcuni membri dell’istituto di Washington hanno proposto di acquistare un ammontare di Treasury e mortgage-backed securities inferiore rispetto agli attuali 85 miliardi di dollari mensili. La possibilità di una normalizzazione anticipata della politica monetaria della Fed ha rafforzato il dollaro, andando quindi a togliere appeal al metallo giallo che è reduce da 12 anni consecutivi di crescita delle quotazioni.