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Petrolio: e se l’Opec si stesse sbagliando?

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Confermando l’output, l’Opec ha di fatto lanciato il guanto di sfida ai produttori statunitensi. Già indeboliti dall’effetto combinato di domanda debole e offerta in crescita, i prezzi del petrolio (al quinto mese consecutivo con il segno meno) sono scesi a livelli che non si vedevano da cinque anni a seguito della decisione dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di confermare l’output in quota 30 milioni di barili giornalieri. I Paesi del cartello hanno ufficialmente affidato al mercato il compito di riequilibrare il mercato sperando, in maniera neanche troppo velata, di tagliare le gambe ai big dello “shale oil”.

A sostegno della decisione di confermare il livello produttivo in quota 30 milioni di barili giornalieri ci sono le indicazioni arrivate da DrillingInfo che a ottobre ha registrato un calo del 15% dei permessi per trivellare nuovi  pozzi  nelle dodici  principali  aree di  “shale oil”  degli  Usa. Un declino, il primo in due anni, particolarmente accentuato in due bacini texani particolarmente strategici, Permian (-13%) ed Eagle Ford (-22%).

Nonostante questo, l’Opec potrebbe aver torto per due ragioni. In primo luogo i costi di estrazione per i produttori nordamericani non sono più ai livelli di qualche anno fa, quando servivano almeno 70-75 dollari per estrarre un barile di greggio (pochi produttori erano in grado di lavorare sotto la soglia dei 60 dollari). Oggi, stando ai dati ufficiali diffusi dalle autorità del North Dakota, lo stato dove si produce più greggio da fonti non convenzionali, bastano 42 dollari.

Questo perché nel corso degli anni all’aumento di produttività di ogni giacimento si è associato un calo dei costi (nuove tecniche permettono di “frantumare” con un minor dispendio di acqua e sabbia e particolari trivelle consentono di perforare più pozzi contemporaneamente). Nella contea McKenzie, dove si trova il 40% dei giacimenti, il costo medio di produzione, sempre secondo i dati ufficiali, è di soli 30 dollari. Secondo i dati elaborati dall’Agenzia internazionale per l’energia, l’associazione con sede a Parigi che raggruppa i Paesi consumatori, non più del 4% delle compagnie attive nello “shale oil” necessita quotazioni sopra la soglia degli 80 dollari.

C’è poi il fattore-hedging, la pratica molto in auge negli anni ’90 che consiste nel vendere in anticipo la produzione futura. Uno dei maggiori produttori, Devon Energy, ha annunciato che oltre metà della produzione 2015 è coperta da ribassi dei prezzi sotto quota 91 dollari il barile e quindi, almeno per l’anno prossimo, il crollo dei prezzi è destinato a farsi sentire in maniera decisamente limitata.

È nel lungo periodo che la strategia dell’Opec dovrebbe rivelarsi efficace, per ora il mercato si inizia ad attrezzare per convivere con la “nuova normalità”.