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Petrolio: se l’asticella sale a 200 dollari

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La morsa rialzista sulle quotazioni del petrolio non accenna per il momento ad allentarsi. Nel corso della notte il prezzo del barile si è mantenuto nelle vicinanze dei 122 dollari dopo il record, toccato ieri dal Wti a New York a 122,73 dollari, mentre il Brent è sopra quota 120.


Le determinanti della nuova fiammata sono sempre la debolezza del dollaro americano e i rischi di interruzione della produzione in alcuni Paesi che, tuttavia, si inseriscono in un contesto generale di debolezza dell’offerta e di forza della domanda, trainata dai consumi in continuo rialzo nei Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e mediorientali. La crescita della domanda per l’anno in corso secondo il Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti sarà di 1,2 milioni di dollari.

Sul fronte Opec, che si riunirà a settembre, non si registra per il momento alcuna indicazione su un incremento della produzione di petrolio. Le ultime dichiarazioni del ministro del Petrolio del Qatar, Abdullah al-Attiyah hanno ribadito che “il mercato è ben rifornito”. L’Opec ha però un altro problema, la riduzione della capacità produttiva di riserva causata dalla forza della domanda. Ad affermarlo è un rapporto di Arjun N.Murti di Goldman Sachs, lo stesso analista che in tempi non sospetti, con il prezzo del barile ampiamente sotto i 100 dollari, aveva ipotizzato che si sarebbe presto arrivati ad abbattere tale soglia psicologica. Ora Murti rischia di trasformarsi in una cassandra ortatrice di “sventure” che poi puntualmente si verificano. Nel report elaborato dagli analisti di Goldman Sachs viene posto un traguardo a 150-200 dollari nel giro di un paio di anni.
Secondo l’analisi la crescita dell’offerta di Wti non è adeguata. Mentre il consumo in Cina è raddoppiato rispetto alla fine del 2001, la produzione non è andata di pari passo e la maggiore domanda si è scaricata sulle riserve di produzione Opec, ridotte ora a livelli molto bassi. Il che spiega come ogni interruzione della produzione o qualsiasi difficoltà in un Paese produttore, come quelle che si stanno verificando attualmente in Nigeria, scarichino tensione sulle quotazioni del greggio.


Due gli scenari proposti dal report. Una crescita non traumatica ma costante che porterà il prezzo del barile a una media di 110 dollari nel 2009 e di 120 nel 2010 e 2011, o un picco a 200 dollari nel 2009 con ritracciamento verso quota 150 nel 2010 e a 75 nel 2011 determinato da un razionamento della domanda negli Stati Uniti.