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Petrolio, prezzi bassi a lungo. E per gli analisti in futuro ci sarà un calo della produzione Usa, ma anche taglio dei costi e m&a per le oil company

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di Gloria Valdonio

Che cosa deve fare chi è in possesso di titoli petroliferi? Le major del settore saranno in grado nei prossimi mesi di generare profitti? Sono le due domande più ricorrenti fra gli investitori visti i livelli raggiunti dal prezzo del petrolio. E i timori intorno a questi titoli sembrano più che fondati fondati, poiché le attuali quotazioni delle oil company riescono a malapena a generare free cash flow, e che quindi devono fare affidamento sul debito per rispettare i pagamenti dei dividendi. Al punto che alcune hanno scelto di pagare i dividendi in azioni, una decisione che corrisponde a un aumento di capitale.

Taglio dei costi e m&a
Nel breve periodo per alcune compagnie l’impatto dovuto al crollo del prezzo del petrolio è stato contenuto dagli elevati margini sulla raffinazione e dai profitti sul trading grazie al predominante contesto di “contango” (termine che indica quando il prezzo spot è inferiore ai prezzi futuri) sulla curva dei future del petrolio. “Nel caso la situazione dovesse ribaltarsi nell’ultimo trimestre dell’anno, la debolezza delle major sarebbe ancora più evidente – spiega Pascal Menges, gestore del fondo LO Funds Global Energy di Lombard Odier Investment Managers – In una situazione di prezzi bassi di lunga durata, i dividendi potrebbero non essere più sostenibili. Riteniamo quindi che le società più grandi dovranno tagliare i costi e rimandare progetti in maniera ancora più aggressivo rispetto a quanto comunicato finora”. Il gestore ritiene che numerosi operatori abbiano un portafoglio progetti inadeguato per sostenere questa fase, con eccessivi costi di break-even, come l’estrazione dalle sabbie, le perforazioni a elevata profondità e quelle nell’Artico. “Questo significa che tali portafogli dovranno essere rivisti con soluzioni meno costose, oppure attraverso operazioni di m&a” aggiunge Menges.
Stock picking sullo shale oil
Quanto allo shale oil il gestore ritiene che alcune compagnie americane hanno concessioni molto interessanti, mentre altre sono già al limite dello sfruttamento. Inoltre le strutture organizzative potrebbero essere fonte di problemi in un contesto di indebitamento crescente. “Riteniamo che gli operatori con le migliori concessioni e la maggiore solidità finanziaria possano uscire rafforzati da questa fase di difficoltà, grazie ai miglioramenti nei costi e nelle efficienze”, dice Menges. Alla luce di questo contesto, il giudizio di Lombard Odier è che gli investitori si debbano focalizzare su modelli di business di breve periodo, come le società domestiche Usa. Le più forti possono resistere al basso prezzo del petrolio e sarebbero in grado di ripartire più velocemente delle altre. 
Oil low cost
Secondo il gestore, a meno che il prezzo non torni sopra i 60 dollari al barile, a fine 2015 e inizio 2016 la produzione di petrolio negli Stati Uniti dovrebbe calare. Quanto al petrolio “tradizionale” Usa, che pesa per circa la metà della produzione domestica, è visto in diminuzione, così come in Messico, Venezuela, Colombia e Nigeria, mentre il Brasile ha ridotto le aspettative sulla produzione a partire dal 2020. “Il 2015 è probabilmente l’anno più forte dell’ultimo decennio in termini di domanda di petrolio, grazie all’impulso fornito dalle quotazioni – spiega il gestore di Lombard Odier -. E anche per il 2016 si prevede una dinamica simile. Inoltre, vista la competizione per le quote di mercato all’interno dell’Opec, calcoliamo che la capacità produttiva addizionale scenderà al 2% della domanda globale entro la fine del 2016, il livello più basso dell’ultimo decennio”. “Queste dinamiche lasciano spazio a un contesto di prezzi molto volatile”, aggiunge Menges. Che conclude: “Solo un efficace processo di pace in Libia e una dislocazione importante nei Mercati emergenti potrebbe modificare queste dinamiche. E noi per il momento non riteniamo che questo scenario sia probabile”.