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Petrolio: nazionalizzazione, a volte ritorna (fondionline.it)

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Sulla scia del crescente nazionalismo e dell’impennata dei prezzi del petrolio, molti paesi produttori di greggio e di altre importanti risorse naturali, hanno deciso di adottare misure tese ad aumentare il controllo sulle proprie risorse. Arabia Saudita ed Iran hanno nazionalizzato i propri interessi petroliferi alcuni decenni addietro. Negli ultimi mesi, il governo russo ha optato per una riorganizzazione del settore energetico. Nelle ultime settimane, la questione è approdata sui tavoli dei governi dei paesi localizzati nella regione andina. Il Venezuela di Hugo Chavez ha guidato il nuovo trend nazionalista sudamericano, obbligando le società petrolifere straniere a creare delle joint venture in cui lo stato venezuelano detiene la maggioranza delle azioni.

Brasile e Argentina – rispettivamente la prima e la terza economia dell’America Latina – hanno gassificato le proprie industrie e molte centrali elettriche durante gli anni ’80 e ’90, con il sostegno della Bolivia. Questo modello economico viene ora minacciato dalla nazionalizzazione degli idrocarburi voluta dal neo presidente boliviano Evo Morales.

Per il gigante della macro- regione si tratta di un duro colpo, visto che l’80% del gas consumato nello stato industriale di San Paolo del Brasile – autentica locomotrice industriale del subcontinente – e la metà di quello utilizzato nel resto del paese, proviene dal paese andino. Per Buenos Aires, il problema non assume caratteristiche drammatiche: il gas boliviano ammonta solo al 4% del totale consumato dagli argentini (anche se ci sono accordi tra i due paesi che stabiliscono un graduale incremento delle importazioni argentine di gas boliviano).

Fino a questo momento, Brasile e Argentina hanno pagato alla Bolivia un prezzo molto basso per le forniture ricevute: l’equivalente di 2,4 euro per milione di BTU di gas, mentre sui mercati internazionali il prezzo si aggira intorno ai 5,6 euro. La pretesa di Morales è di portare il prezzo vicino ai 4 euro. Lula Da Silva e Nestor Kirchner hanno chiesto a Morales di garantire la somministrazione di gas e di procedere ad un aumento razionale ed equo dei prezzi.

La Bolivia – subito dopo il Venezuela – è la nazione latinoamericana con i giacimenti più ricchi di gas naturale, e sogna di abbandonare la povertà e il sottosviluppo ( è il secondo paese più povero dell’America Latina) con gli introiti derivanti dalla vendita delle risorse naturali. Il paese guidato da Morales è rientrato nel novero di stati che hanno potuto beneficiare dell’annullamento del debito contratto con il Fondo Monetario Internazionale.

Brasilia e Buenos Aires non hanno alternative ai pozzi boliviani. L’unica possibilità seria è l’importazione di gas dalla Nigeria ( ma i costi del trasporto rendono impercorribile tale ipotesi). Entrambe scommettono su una prossima diversificazione delle fonti di approvvigionamento. In siffatto contesto, ha raccolto consensi unanimi la proposta formulata dal presidente venezuelano Hugo Chavez di costruire un mega gasdotto che attraversi tutta l’America del Sud, dal Mar dei Carabi al Rio de la Plata. Facendo ricorso al classico linguaggio ‘populista’, il presidente venezuelano ha dichiarato che il ‘Gasdotto del Sud’ rappresenterà l’unità sudamericana, e che la costruzione del tronco di acciaio assicurerà l’energia ai paesi del Mercosur ( Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Cile), ad un prezzo molto conveniente.Chavez ha annunciato il suo progetto nel corso del vertice dei capi di stato sudamericani tenutosi a Puerto Iguazù.

Fino a questo momento, l’unica certezza è la costituzione di un comitato multilaterale di esperti che è stato incaricato di realizzare uno studio di fattibilità. Gli esperti valuteranno tutte le problematiche legate alla realizzazione dell’opera: dalla commercializzazione, al finanziamento, all’impatto ambientale. Il progetto prevede la costruzione di una rete di 8.000 chilometri di lunghezza che, partendo da Puerto Ordaz ( Venezuela), dovrebbe attraversare il Brasile e gli altri stati intermedi, per finire la sua corsa nella provincia argentina di Santa Fe ( a Nord- Est di Buenos Aires). La costruzione dell’opera richiederà almeno sette anni di lavoro tra deserti, saline e giungla. L’investimento previsto supererebbe i 16.000 milioni di euro, e fino a questo momento non sono stati diffusi dettagli sulle fonti di finanziamento. Per gli esperti del settore, si tratta di un sogno ad occhi aperti. L’unica certezza, per ora, è il ritorno del nazionalismo petrolifero, propugnato da Chavez e fatto proprio dai governi di Ecuador, Bolivia e, forse, Perù. A cura di www.fondionline.it

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