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Petrolio: l’Iran torna sul mercato e arriva la proposta di un taglio congiunto dell’output

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Brent e Wti si confermano ai minimi da 12 anni. Nel caso del benchmark globale la prima scadenza contrattuale, che adesso è marzo, dopo il -6,28% di venerdì oggi segna un -1% e passa di mano a 28,65 dollari il barile mentre il petrolio made in Usa, in rosso del 5,36% nell’ultima seduta della scorsa ottava, arretra dello 1,4% a 29,95 dollari. Nelle ultime cinque sedute il primo è sceso del 10,5% mentre il Wti ha lasciato sul campo oltre 8 punti percentuali.

Il nuovo affondo dei prezzi è riconducibile alla rimozione delle sanzioni nei confronti dell’Iran. In un contesto caratterizzato da un indebolimento della domanda, l’Opec per l’anno corrente stima una crescita in calo da 1,54 a 1,26 milioni di barili giornalieri, l’incremento dell’offerta iraniana rappresenta un provvedimento destinato ad ampliare ulteriormente il surplus di mercato. Da Teheran le autorità dicono di poter alzare l’output, sceso dai 3,6 milioni di barili giornalieri del 2011 agli attuali 2,7 milioni, di mezzo milione di barili in poche settimane e di altrettanti in sei mesi. Più cauti gli analisti, secondo cui nel breve l’output salirà di 100 mila barili e nel giro di sei mesi di ulteriori 500 mila barili. Questo per quanto riguarda la produzione. Altro discorso per l’offerta effettiva che può contare su altre 22 mega petroliere (Very large crude carriers) ancorate al largo del Golfo Persico. Si tratta di imbarcazioni capaci di trasportare fino a 2 milioni di barili di greggio che in maggioranza sarebbero quasi piene.

Un taglio coordinato della produzione per bilanciare il ritorno sul mercato del petrolio iraniano. Questa la proposta che arriva da Mohammad bin Hamad al-Rumhy, Ministro del petrolio dell’Oman. “Il nostro Paese è pronto a tutto per stabilizzare il mercato”, una riduzione dell’output del “5-10% è quello di cui ritengo avremmo bisogno e tutti dovrebbero fare lo stesso”. L’Oman è il maggiore produttore del Medio Oriente non facente parte dell’Opec con un output di circa 1 milione di barili di petrolio al giorno.

La strategia del Cartello di confermare il livello produttivo per far scendere i prezzi e tagliare le gambe ai produttori statunitensi ha avuto effetti limitati ma, dall’anno prossimo, come riporta l’ultimo report mensile dell’Organizzazione con sede a Vienna, le cose sono destinate a cambiare. Stando ai dati elaborati dal Cartello e contenuti nel Monthly Oil Market Report (MOMR), l’offerta di petrolio in arrivo dai Paesi non Opec nel 2015 è cresciuta di 1,23 milioni di barili, +0,23 milioni rispetto al dato precedente in scia dei miglioramenti sopra le stime registrati in Stati Uniti, Canada, Russia e Norvegia. Nel 2016 il dato è visto in aumento di circa la metà, 0,66 milioni, -0,27 milioni rispetto al dato precedente. “La revisione -si legge nel documento- è riconducibile ai forti cali dell’output in Stati Uniti e Canada a causa di un contesto caratterizzato da prezzi più bassi”.

Secondo un recente studio di Wells Fargo, una delle banche maggiormente esposta ai big dello shale oil, i costi estrattivi negli Stati Uniti oggi si attestano mediamente a 47 dollari il barile e gli analisti di AlixPartners ritengono che a Niobrara, una delle aree dove è più economico operare, occorrono 32,50 $/barile. Conferme in questo senso arrivano dall’aggiornamento settimanale sull’andamento delle trivellazioni di Gas e petrolio negli Stati Uniti elaborato da Baker Hughes che, nell’ultima rilevazione, ha contato 650 trivellazioni, 1.026 in meno rispetto a un anno fa.