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Petrolio: la guerra dei prezzi ora è interna al Medioriente

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Le quotazioni del petrolio continuano a scendere sul mercato delle materie prime. Wti e Brent hanno segnato nuovi minimi pluriennali. Neanche le tensioni in Mediooriente e nel sud-est asiatico hanno fermato la caduta. E la guerra dei prezzi dell’Arabia Saudita ora non è più solo contro i produttori americani di shale oil.

Questa mattina i prezzi del petrolio hanno toccato nuovi minimi pluriennali. Il Wti è sceso fino a 32,10 dollari al barile, livelli mancanti dal 12 dicembre 2003, prima di recuperare verso quota 33 dollari. Il Brent ha toccato quota 32,16 dollari ed è poi risalito verso 32,50. In questo secondo caso i minimi raggiunti sono quelli del 9 aprile 2004. La discesa dei prezzi non ha trovato ostacoli nemmeno nelle tensioni geopolitiche che si sono accese nelle ultime settimane. Nella penisola coreana con il test atomico di Pyongyang ma soprattutto in Medio Oriente con il duro confronto tra Arabia Saudita e Iran. Al contrario proprio la tensione tra la Repubblica islamica e i suoi vicini ha portato la guerra dei prezzi che i sauditi portano avanti contro i produttori di shale oil (petrolio di scisto) americani all’interno dei confini mediorientali. 
“È improbabile – secondo Nicolas Robin, gestore specializzato in commodity di Columbia Threadneedle Investments – che le recenti tensioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran possano sostenere un aumento dei prezzi del petrolio. Ora che i due paesi hanno tagliato i legami diplomatici è improbabile che possano lavorare insieme per apportare tagli alla produzione dell’Opec“. Il problema è esteso a tutto il mondo arabo: “La tensione tra Iran e Arabia Saudita – riprende Robin – alimenta ulteriormente i conflitti in Yemen, Siria, Iraq e Libia. Il contesto del prezzo del petrolio basso sta mettendo significativamente a dura prova sia le compagnie petrolifere indipendenti che i paesi produttori“. 
A questo proposito è da sottolineare il valore del paniere Opec, che raccoglie tredici qualità di crude oil. Nella comunicazione data stamattina dall’Organizzazione dei Paesi produttori il prezzo del basket è stato rilevato a 29,71 dollari al barile contro i 31,21 dollari di ieri. Inoltre la compagnia petrolifera dello Stato saudita, Saudi Aramco, ha deciso di aumentare gli sconti sui propri prezzi di 60 centesimi di dollari per i Paesi del nord Europa e di 20 centesimi per quelli del Mediterraneo. In un simile scenario è difficile che una ripresa delle quotazioni arrivi da una riduzione della produzione Opec, la cui prossima riunione è peraltro in calendario la prossima estate. 
“Crediamo che ciò che finirà per riportare i prezzi al di sopra dei 60 dollari al barile sarà la combinazione di pressioni finanziarie che costringeranno a ridurre gli investimenti delle società (o a uscire dal mercato), la minaccia della stabilità sociale dei paesi produttori e una maggiore domanda di petrolio a livelli così bassi”. In effetti negli Stati Uniti, come evidenziato dal grafico, la produzione giornaliera di petrolio ha smesso di crescere. “Negli Stati Uniti – conclude Robin – i prossimi trimestri saranno cruciali per molti dei suoi protagonisti mentre alcuni dei paesi produttori di petrolio più deboli probabilmente continueranno a lottare e affrontare tensioni sociali, poiché i bassi guadagni legati al petrolio forzano i governi a ridurre le sovvenzioni alle loro economie nazionali”.