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Petrolio di nuovo in fibrillazione, sopra i 100$. Per analisti la corsa continuerà. La guerra in Libia sarà lunga

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Non c’è pace per il petrolio. Le quotazioni del greggio restano in fibrillazione, con la situazione in Libia in divenire. Il Wti, consegna aprile, è sceso di 11 cents a 102,22 dollari barile e il contratto maggio, attivamente scambiato, di 24 cents a 102,85. Il contratto aprile scade oggi. Il Brent del Mare del Nord, consegna maggio, è sceso di 23 cents a 114,73 dollari. Ma potrebbe essere solo una breve parentesi. Con le operazioni militari in corso nel Paese nordafricano il greggio è risalito ieri dell’1,3% a 102,40 dollari al barile al mercato di New York, mentre il Brent con consegna a maggio è schizzato a 115,75 dollari sulla piazza di Londra. E così ecco che secondo gli analisti, col protrarsi della guerra, che a loro avviso sarà lunga, le quotazioni dell’oro nero sono destinate a salire ulteriormente. Dall’altra parte con una produzione di circa 1,6 milioni di barili al giorno e riserve valutate in 46 miliardi di barili di petrolio e 1,5 miliardi di metri cubi di gas, la Libia rappresenta un mercato ambito per le compagnie petrolifere internazionali.

 

Sul territorio sono già presenti i più grandi gruppi mondiali, con in prima linea l’Eni e la francese Total, che in joint-venture con la Noc, la compagnia statale del petrolio, controllano circa un quinto della produzione. E adesso c’è chi inizia a ventilare un pizzico di allarmismo: la guerra potrebbe riscrivere la geografia di un mercato con contorni ben chiari fino alla scorsa settimana. La guerra potrebbe cambiare radicalmente il panorama, offrendo nuove possibilità e creando nuovi equilibri, anche in ragione delle posizioni assunte dai vari governi. Come osservano diversi esperti di mercato è chiaro che tutto dipenderà dall’esito dell’operazione militare in corso e da quale linea politica internazionale avrà la meglio. In altre parole solo la storia che si sta scrivendo in questi giorni potrà dire se avrà avuto ragione l’interventismo della Francia oppure se uscirà vittorioso l’atteggiamento di prudenza e distacco tenuto dalla Cina, che è da tempo interessata ad entrare in modo più massiccio in Libia, dove prima dell’inizio dei disordini contava già 36 mila lavoratori, di cui molti impegnati nella compagnia petrolifera nazionale Cnpc.

 

All’arrivo al potere di Gheddafi nel ’69, le compagnie americane estraevano dal suolo libico oltre 2 milioni di barili al giorno: ma molto velocemente il Colonnello nazionalizzò l’industria petrolifera, limitò la produzione e, per ristabilire un controllo statale sul settore, creò la Noc, che ha dato poi vita alle jv con partecipazioni minoritarie da parte delle aziende straniere. La Libia ha così visto affluire sul suo territorio tutte le compagnie petrolifere occidentali: una quarantina di operatori stranieri hanno partecipato a quattro cicli di aste per aggiudicarsi i campi d’esplorazione con l’obiettivo è di portare la produzione dai circa 1,6 milioni di barili attuali a 3 milioni nel 2013. Una torta da 30 miliardi di dollari di investimenti che fa gola a molti. Eni, che è presente in Libia dal 1959, è attualmente il primo produttore del Paese, con circa 244 mila barili equivalenti di petrolio al giorno.

 

Accanto al Cane a sei zampe figura la Total, con una produzione che si aggirava nel 2010 sui 55 mila barili equivalenti al giorno (petrolio e gas). La quantità è andata progressivamente diminuendo negli ultimi anni (nel 2007 era a 87 mila barili al giorno), anche a causa delle ultime disposizioni contrattuali sfavorevoli per i blocchi operati sul territorio. Dagli anni ’70 sono arrivati l’austriaca Omv, con una produzione che oggi ammonta a circa 33.000 barili al giorno, e la spagnola Repsol, che conta diritti su 15 blocchi, di cui 9 attivi (8 in fase di esplorazione e 1 di produzione), per un output di 34.700 barili al giorno. Prima di sospendere le operazioni per le rivolte, anche le britanniche Royal Dutch Shell e Bp stavano avviando attività di esplorazione nel Paese.

Ma in questi giorni di notizie drammatiche a spazzare il mercato del petrolio, oltre alla Libia, la cui produzione petrolifera è crollata sotto i 400 mila barili al giorno, a destare ulteriore preoccupazione è l’escalation di violenza nel Bahrein e nello Yemen, violenza che potrebbe estendersi anche alla vicina Arabia Saudita, principale produttore di petrolio al mondo. Ieri gli Emirati Arabi Uniti (Eau) hanno inviato nel Bahrein forze della Marina militare per contenere, assieme ai Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Cgc), la protesta in atto dei dimostranti sciiti contro la Casa reale sunnita della penisola. Mentre l’Unione europea si è detta “estremamente preoccupata per la situazione seria e che si sta deteriorando” nel Paese, deplorando la perdita di vite umane.

 

Nello Yemen, dopo la carneficina di manifestanti compiuta dai cecchini del regime venerdì scorso a Sanaa, ieri è stato il giorno delle defezioni a catena. Capi tribù, ambasciatori, alti funzionari e soprattutto decine di ufficiali dell’esercito hanno abbandonato il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, al suo destino. Il presidente, al potere da 32 anni, è stato invitato a scegliere una uscita di scena con onore per evitare uno spargimento di sangue. Per i prossimi giorni e probabilmente settimane, dunque, gli eventi in Libia e in Medio Oriente continueranno a guidare le quotazioni del greggio, sottolineano gli operatori. E’ una partita dal finale imprevedibile, che si lega al doppio filo al vento di libertà che ha iniziato a soffiare in Nord Africa.