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Petrolio ancora in balia della Libia. Oggi l’Europa morde al collo l’impero del Colonnello

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Resta caldo il fronte del petrolio. Il greggio dei paesi Opec ha chiuso la scorsa settimana a 11,42 dollari il barile, il valore più alto dal luglio 2008. Una situazione che potrebbe mettere a repentaglio la ripresa dell’economia mondiale. Mentre a Strasburgo la Commissione presenterà in giornata il piano di sostegno allo sviluppo dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, nelle ultime ore si sono diffuse le voci riportate da due quotidiani arabi e dall’emittente al Jazeera secondo cui il leader libico Muammar Gheddafi avrebbe offerto agli insorti una sua eventuale uscita di scena in cambio di garanzie sull’incolumità sua e dei suoi familiari e sul proprio patrimonio e chiesto assicurazioni che non sarà portato davanti a un tribunale.

 

Le notizie si rincorrono. Ieri è comparso alla tv di Stato libica anche Jadallah Azouz al Talhi, un ex primo ministro, rivolgendo un appello ai rivoltosi in cui chiedeva di dare una possibilità al dialogo nazionale come soluzione per risolvere la crisi, per fermare lo spargimento di sangue ed evitare che gli stranieri vengano a prendersi il nostro Paese un’altra volta. Si tratta del primo gesto di apertura del genere e il fatto che Talhi abbia parlato in televisione indica che il suo intervento aveva ricevuto il via libera del governo.

Proprio Talhi, che è originario dell’est della Libia, secondo Al Jazira, sarebbe stato inviato da Gheddafi a portare al Consiglio nazionale a interim costituitosi a Bengasi l’offerta del colonnello: convocare una sessione del Congresso generale del Popolo (il Parlamento libico) in cui annunciare il trasferimento di potere. La notizia è stata subito rilanciata su Twitter, dove si sono susseguiti i messaggi e i commenti a riguardo. L’indiscrezione non ha per ora conferma, ma è quanto basta per raffreddare, parzialmente, le quotazioni del greggio: alle 7,00 italiane il future sul Brent LCOc1 frena sotto i 115 dollari il barile (114,57, -0,47), mentre il future Nymex CLc1 tratta a 104,89 (-0,55). Anche sui mercati elettronici in Asia prende respiro il petrolio. Il greggio perde 41 cent e viene scambiato a 105,03 dollari al barile. Dal Londra intanto il Financial Times fa il punto: scrive che in aprile alcuni paesi Opec potrebbero realizzare un incremento produttivo con l’obiettivo di calmierare i prezzi.


Kuwait, Emirati Arabi e Nigeria avrebbero seguito l’esempio dell’Arabia Saudita ed avrebbero iniziato, senza clamore, ad aumentare la produzione di petrolio, nello sforzo comune volto a raffreddare i prezzi del greggio, ormai lanciati verso i 120 dollari al barile, segnala il quotidiano della City, citando fonti industriali. Quando l’incremento si concretizzerà, cioè all’inizio di aprile, la mossa dei tre Paesi, precisa il quotidiano, sarà in grado di coprire il buco lasciato dalla Libia che ha interrotto le esportazioni in seguito allo scoppio della guerra civile. Complessivamente Nigeria, Kuwait e Emirati sono pronti ad aumentare la produzione di 300 mila barili. Quantità che va a sommarsi ai 700.000 barili in più immessi sul mercato dall’Arabia saudita. Al di là degli scenari che di ora in ora vengono proposti i membri dell’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, l’Opec, sono attualmente riuniti per consultazioni sull’impatto delle turbolenze in Libia nel mercato del petrolio. Lo ha annunciato il ministro del Petrolio del Kuwait.


“Abbiamo aperto le consultazioni, ma non abbiamo deciso in che direzione andare”, ha informato lo sceicco Ahmad Abdullah Al-Sabah ai giornalisti che chiedevano se l’Opec stava studiando un aumento della produzione. Lo sceicco ha peraltro negato che il Kuwait, il quinto produttore dell’Opec, abbia già aumentata la propria produzione. Chi invece ha già preso una posizione chiara sono le maggiori società petrolifere americane: hanno sospeso il trading con la Libia mentre molte banche hanno deciso di ritarsi dal finanziamento di questo tipo di accordi per il timore delle sanzioni americane. Lo riporta l’agenzia Reuters, citando alcune fonti. Fra le società che hanno sospeso il trading ci sarebbero Morgan Stanley e Exxon Mobil. “Le sanzioni e le restrizioni imposte sulla Libia possono complicare il ritorno alla normalità dei trading e del commercio”, osserva Michael Wittner, analista di Societe Generale. Morgan Stanley ricorre a due o tre cargo di petrolio dalla Libia al mese per rifornire le raffinerie di Grangemouth e Lavera, mentre Conoco ha un 16% della concessione Waha in Libia.


I rivoltosi nell’Est della Libia temono invece che Muammar Gheddafi possa comportarsi come un lupo ferito e attaccare i giacimenti di petrolio se l’Occidente non lo ferma prima con interventi aerei tattici, ha affermato un portavoce dei ribelli. “L’Occidente deve muoversi altrimenti questo pazzo (Gheddafi) farà qualcosa contro i giacimenti di petrolio. È come un lupo ferito. Se l’Occidente non interviene con raid tattici potrebbe rendere i giacimenti fuori uso per un lungo periodo”, ha detto Mustafa Gheriani, un addetto stampa per i ribelli del movimento a Bengasi. Alcuni analisti hanno in questi giorni evidenziato che Gheddafi potrebbe reagire con azioni che compremetterebbero la fornitura di petrolio, ma ad oggi una mossa del genere non è stata effettuata. La forze fedeli al regime di Muammar Gheddafi si preparano a minare la zona che circonda la città di Sirte e i giacimenti di petrolio di quell’area. Lo riferisce stamattina la tv satellitare al-Arabiya, secondo la quale Gheddafi sarebbe deciso a difendere ad ogni costo Sirte, considerata la sua roccaforte, dall’avanzata dei ribelli di Bengasi.

 

Intanto a Tripoli la situazione sembra sotto il controllo del regime. Al di là dei consueti attacchi verbali del governo libico, che anche ieri ha accusato Francia e Gran Bretagna di essere dietro la rivolta per le loro voglie di neocolonialismo, quello che veramente preoccupa Gheddafi è la stretta dell’Unione europea sui beni libici. Da oggi, infatti, anche l’Europa – in Italia ci sono grosse partecipazioni libiche in Finmeccanica, Unicredit e Juventus – morderà al collo l’impero di Gheddafi, cercando di togliergli quei soldi che sono la linfa vitale del regime. “È iniziata la caccia al tesoro”, ha osservato il ministro degli Esteri, Franco Frattini.