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Petrolio: per Al-Naimi l’output non si tocca. Prezzi ai minimi da cinque anni

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“E perché dovrei tagliare la produzione? Quello petrolifero è un mercato e noi vendiamo sul mercato”. Con queste parole il Ministro del Petrolio saudita Ali Al-Naimi ha chiarito, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’Opec non è intenzionata a ridurre l’output di greggio. Con l’obiettivo dichiarato di tagliare le gambe ai produttori statunitensi, nell’immediato la strategia saudita è destinata a ripercuotersi su quei Paesi con costi di estrazione maggiori e che hanno bilanci pesantemente condizionati dall’andamento del prezzo del greggio (scesi del 18% dal meeting di Vienna del 27 novembre in cui è stato confermato il tetto produttivo a 30 milioni di barili giornalieri).

Soffrono in particolare Russia e Iran visto che i proventi energetici contano per il 60% del bilancio di Teheran e per il 50% di Mosca. In forte difficoltà anche il Venezuela (già con il greggio a 80$ il barile Caracas premeva per un taglio di 2 milioni di barili giornalieri) che ha recentemente provato a instaurare un asse con Putin per un nuovo “piano per la difesa dei prezzi”.

Particolarmente penalizzata dal boom dello shale-oil è la Nigeria visto che il greggio in arrivo dal Paese africano è particolarmente simile a quello estratto da fonti non-convenzionali (non a caso gli Usa hanno azzerato lo shopping nigeriano). Diezani Alison-Madueke, ministro nigeriano e con tutta probabilità futuro primo presidente donna nella storia dell’Opec, è parsa rassegnata al termine delle riunione del cartello. “Sono tre mesi  che il  prezzo del  petrolio sta scendendo, dobbiamo aspettarci che la tendenza possa proseguire anche in futuro”, ha detto Alison-Madueke. Con oltre il 90% delle entrate derivanti dal petrolio, “l’impatto è significativo e siamo molto preoccupati”.

Opec taglia la view sulla domanda

In contesto già di per sé critico, l’Opec nel suo resoconto mensile ha stimato che l’anno prossimo le richieste del greggio estratto dal cartello scenderanno dai 29,4 milioni di quest’anno a 28,9 milioni di barili giornalieri, 300 mila in meno rispetto al report precedente e livello minore da 12 anni. Con l’output del cartello che a novembre si è attestato a 30,05 milioni di barili giornalieri, i tre maggiori membri dell’Organizzazione, Arabia, Iraq e Kuwait, sono costretti a concedere agli acquirenti asiatici sconti che,  rispettivamente, non si vedevano da 14, 11 e 6 anni.

Un mix di fattori che oggi ha spinto le quotazioni del Brent ai minimi dal luglio del 2009 a 63,56 dollari il barile, quasi cinque punti percentuali in meno rispetto al dato precedente. Secondo funzionari iraniani citati dall’agenzia Bloomberg, l’Opec non si muoverà fino a quando non sarà raggiunta la soglia dei 40 dollari. Livelli minori da cinque anni anche per il benchmark a stelle e strisce, il Wti, che oggi ha bucato anche la soglia dei 61 dollari scendendo a 60,43.

Per il petrolio made in Usa indicazioni ribassiste sono arrivate dall’aggiornamento relativo gli stock diffuso dal Dipartimento dell’Energia Usa che tramite il suo braccio statistico , l’Eia (Energy information administration), ha annunciato che nella settimana al 5 dicembre le scorte della prima economia sono salite di 1,5 milioni di barili. Il dato ha colto di sorpresa gli operatori che avevano scommesso una riduzione degli stoccaggi di 2,6 milioni di barili.