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Petrolio: Aie, Opec alle corde, enigma offerta

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L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha rilanciato l’allarme sugli scarsi margini di manovra che avrebbero i paesi Opec per incrementare la produzione. La domanda è d’obbligo: quanto petrolio resta? Geologi ed economisti esprimono pareri discordi
In un comunicato diffuso in settimana, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) ha contraddetto le sue ultime stime, comunicando che il declino tradizionale della domanda – che suole verificarsi nel secondo trimestre dell’anno in concomitanza con la fine della stagione invernale nell’emisfero settentrionale- potrebbe non arrivare affatto. La ragione di questa revisione della stima risiede sia nel vorace appetito cinese sia nel consumo insaziabile degli statunitensi.
Il dibattito si concentra sul fronte dell’offerta. L’Aie ricorda che il margine in possesso del cartello di paesi esportatori dell’Opec per poter incrementare la produzione, si posiziona su livelli poco rassicuranti. La comunità degli esperti si è divisa in due gruppi distinti. Da un lato quelli che credono in uno scenario futuro caratterizzato da un mondo che potrà contare su riserve sempre più risicate di petrolio (i geologi). Il secondo gruppo ospita numerosi economisti che sostengono la view opposta: continueremo a nuotare in un mare di petrolio.
I pessimisti fissano l’attenzione sul sottosuolo. Questo gruppo di studiosi argomenta che: 1) sia ormai conosciuta l’ubicazione di gran parte del petrolio ospitato nelle viscere del pianeta; 2) le riserve medio- orientali siano state sovra- stimate per ragioni politiche. L’ipotesi dei geologi trova sostegno nei contenuti di un report della Banca Cibc (Canadian Imperial Bank of Commerc) in cui si lancia l’allarme sulla durata dei giacimenti conosciuti. Nel report si sostiene che la scoperta di nuovi giacimenti potrà compensare solo il 60% della caduta provocata dall’esaurimento delle risorse. Secondo gli esperti che hanno curato lo studio finanziato dalla Cibc, la produzione petrolifera avrebbe toccato un picco massimo nel 2004.
Questa scuola di pensiero può contare su alcuni seguaci anche in seno alle società petrolifere. Chevron ha lanciato una campagna pubblicitaria per sensibilizzare i propri clienti sull’insostenibilità di un’economia che si basi solo sul petrolio. Allo stesso modo, Matt Simmons, consigliere del presidente Bush e capo della sua omonima società di consulenza, sostiene che le riserve dell’Arabia Saudita non riusciranno a sostenere gli attuali picchi raggiunti dalla produzione globale di petrolio.
Il partito degli ottimisti guarda a quanto accade in superficie. Gli economisti (che rappresentano la maggior parte degli esponenti di questo gruppo) spostano l’attenzione sia sull’inaffidabilità delle statistiche, sia sul potenziale inespresso dalle riserve non convenzionali e dal progresso tecnologico. Tra le società petrolifere, British Petroleum (la seconda società petrolifera del mondo) assicura che la somministrazione di petrolio è garantita per i prossimi quaranta anni. Il segreto di questa previsione ottimistica risiede nello sfruttamento dei pozzi localizzati in aree politicamente instabili del Medio Oriente e nel mantenimento di prezzi elevati (necessari a finanziare i nuovi investimenti).
Daniel Yergin, direttore del team di studiosi del Cambridge Energy Research Associates, concorda con questa ipotesi. Secondo Yergin, la capacità produttiva crescerà del 25% entro il 2015. Le elevate quotazioni del petrolio permetteranno di utilizzare anche le arene bituminose del Canada, il petrolio pesante del Venezuela e i giacimenti profondi dell’Artico. In tutti i casi, il problema geo- politico in Medio Oriente rappresenta un limite agli investimenti che dovrebbero garantire la somministrazione. A cura di www.fondionline.it