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Perchè Unicredit può o non può comprarsi Merrill Lynch

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E’ passata solo qualche settimana dall’appello del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, a una maggiore crescita all’estero, e negli Stati Uniti in particolare, delle istituzioni finanziarie italiane dopo la fase di forte consolidamento in Italia. Da allora è stato un fiorire di ipotesi. Si è inizialmente parlato di Generali interessata a crescere negli Usa, oggi è il turno di Unicredit, almeno secondo il Sole 24 Ore, che vede l’istituto guidato da Alessandro Profumo interessato nientemeno che a Merrill Lynch. Certamente la crisi dei mutui subprime e la conseguente caduta delle capitalizzazioni di Borsa di molti tra i più prestigiosi gruppi bancari americani ha creato interessanti opportunità di investimento prontamente colte, ad esempio, dai molti fondi sovrani asiatici o mediorientali in cerca di un porto per la loro liquidità. Sono solo di ieri le parole del numero uno di Jp Morgan, James Dimon, che ha definito “più probabile” che data l’attuale situazione la banca proceda a un’acquisizione. Merrill Lynch, con una capitalizzazione, che dopo gli ultimi cali di Borsa si è ridotta a 29 miliardi di euro, potrebbe così trasformarsi in una preda.


Unicredit ha già smentito categoricamente l’indiscrezione riportata dal Sole. Ma quanto può essere realistica l’ipotesi di una Unicredit che si mangia Merrill Lynch? Finanza.com lo ha chiesto ad alcuni analisti.

“Al momento non mi sembra si possa dire che si tratti di una banca che sguazzi nella cassa”, è il commento a caldo di Alberto Cordara, analista sul settore bancario di Abn Amro, che scarta a priori l’ipotesi di un deal impegnativo su Merrill o dintorni. “Non hanno particolari problemi di cassa – ha puntualizzato a Finanza.com l’esperto della banca olandese -, ma non credo possano al momento permettersi altre acquisizioni. Il core tire 1 dovrebbe attestarsi al 6,5% rispetto alla guidance del 6,8% che difficilmente sarà rispettata”.


“Il deal non si farà, la smentita di Unicredit è chiara”, esordisce un altro analista che preferisce mantenere l’anonimato, ma che lascia anche una porta aperta. “Ci vorrebbe un’operazione amichevole e l’adesione degli azionisti di Merrill, ma finanziariamente l’operazione è possibile – chiarisce – perchè si farebbe carta contro carta, quindi non c’è nessun vincolo finanziario, non devono tirar fuori i soldi dalla borsa”. Difficile invece secondo l’analista che per Unicredit si possa pensare a un ingresso limitato ad esempio con azioni privilegiate come è avvenuto recentemente per i fondi sovrani: “Non ci sono i problemi dal punto di vista della governance che ci sono per i fondi sovrani, Unicredit è un azionista privato”. Più controverso il giudizio su quella che potrebbe essere la reazione del mercato all’ufficializzazione di una mossa di questo tipo: “La smentita di Unicredit ha sgonfiato una notizia che il mercato avrebbe considerato un azzardo”, conclude l’analista.


Una bocciatura decisa arriva anche dalla nota giornaliera degli analisti di Euromobiliare, che giudicano l’operazione altamente improbabile, definendola addirittura “un’ipotesi del giornalista”. Diverse le ragioni che secondo la Sim milanese renderebbero impraticabile la via americana a Unicredit: la dichiarata intenzione di espandersi nell’est Europa, la mancanza di know how negli Usa e un core tier 1 al 6% che obbligherebbe la banca a essere molto selettiva.


Occorre poi ricordare che al completamento dell’acquisizione di Capitalia, che già seguiva l’incorporazione di Hvb, la generalità degli analisti aveva espresso la convinzione che fosse finita la stagione delle fusioni in casa Unicredit. Ad ottobre ad esempio gli analisti di Dresdner vedevano Unicredit impegnata nella crescita organica almeno per i successivi 18 mesi.


Ma a chi altri potrebbe far gola Merrill Lynch nel Vecchio continente? Se proprio si vuole scovare una banca italiana in grado di permettersi deal impegnativi, Cordara consiglia di spostare il mirino verso Intesa Sanpaolo, anche se a guardare nel parterre bancario europeo il maggiore interesse verso il mercato Usa potrebbe arrivare dalle agguerrite banche spagnole. Da un lato Banco Santander è evidentemente a caccia di una preda, con le casse rimpinguate dalla cessione di Antonveneta. Molto dipenderà dalle volontà del padre padrone Emilio Botin che recentemente ha menzionato anche l’opzione Usa tra i possibili lidi in cui rafforzarsi. Il gruppo spagnolo vanta già una presenza negli States con una partecipazione rilevante in Sovereign, piccola banca di erogazione e prestiti del New England. “I livelli di eccellenza che caratterizzano Santander sul retail mal si abbinano al mercato Usa – ha rimarcato Cordara – dove l’investitore tipo disperde i propri investimenti su diverse banche e in tal caso la capacità di cross-selling del Santander viene meno. Pertanto, a meno di colpi di testa di Botin, è da ritenersi più probabile un’acquisizione nel Regno Unito o in Asia”. Più attiva negli Stati Uniti è l’altra spagnola BBVA che controlla già quattro banche medio-piccole e con ogni probabilità vorrà crescere ancora soprattutto nel sud del paese, anche se non sembra che nelle sue corde ci sia un’acquisizione di banche del calibro di Merrill.
Uno sguardo d’insieme del settore bancario europeo, porta l’esperto di Abn Amro a rimarcare come proprio le due spagnole, insieme a Unicredit, sono i tre attori europei meglio posizionati per catturare al meglio la crescita dei mercati emergenti (le spagnole in America Latina e Unicredit nell’Est Europa) che permette di avere anche maggiori margini di profittabilità rispetto ai competitor. A piazza Cordusio dovrebbero inoltre sfruttare al meglio le sinergie da fusione. “Mi aspetto un quarto trimestre indenne, non vedo un forte rischio di aumento di capitale e prima o poi il mercato respingerà in alto Unicredit”, ha concluso Cordara che dice quindi “buy”.

 

Titta Ferraro e Marco Barlassina