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Pax armata in Unicredit, lo scontro tra Rampl e le Fondazioni accende il titolo

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L’era post Profumo riserva ancora brividi in Piazza Cordusio. Dopo lo spettacolo impietoso che ha regalato il rebus della direzione generale, che ha visto mischiare sul mercato con imbarazzante disinvoltura i profili di Sergio Ermotti, Paolo Fiorentino e Roberto Nicastro, nella corsa alla direzione generale, adesso è lo stesso presidente di Unicredit Dieter Rampl a intrattenere la speculazione di Piazza Affari.


Nell’attesa che venga confezionata la figura più adatta a riempire la casella che verrà lasciata vuota alla guida delle attività di investment banking dopo il rimescolamento della governance che ha visto penalizzato Ermotti rispetto a Roberto Nicastro, nominato dg, e Paolo Fiorentino, diventato chief operating officer è ancora la faida interna che si sta consumando nella banca a tenere alta la soglia di attenzione sul titolo in Borsa, che svetta con un guadagno del 2,77% a 1,854 euro.

Dietro le quinte la macchina della diplomazia si è messa in moto a pieno ritmo, ma al momento una soluzione finale non è ancora stata individuata. Un assaggio di quello che sta succedendo lo si scoprirà il prossimo 9 novembre con l’appuntamento dei conti. Il tutto poi sarà rinviato alla fine dell’anno, quando il management presenterà internamente il piano industriale, in fase ormai di avanzata di elaborazione da parte di Federico Ghizzoni. Sarà quello il momento in cui verrà gettata via la maschera e forse i dubbi verranno sciolti, in maniera definitiva: le Fondazioni Crt e CariVerona vedrebbero di buon occhio un cambiamento di pelle di Unicredit in banca federale, non Rampl.


Il presidente tedesco con passaporto austriaco è convinto che Unicredit debba continuare a coltivare la sua vocazione internazionale, rilanciandosi nell’investiment banking. “Se il presidente lasciasse il mercato lo prenderebbe come una vittoria a tutto campo delle Fondazioni e probabilmente si metterebbe in dubbio la strategia della banca: uscire o ridimensionare drasticamente il CIB”, segnala un esperto di una primaria banca interpellato da questa testata.

 

Scettico anche l’analista di una banca d’affari basata a Londra convinto che Rampl sia stata la persona che abbia avviato il cambiamento e che difficilmente sia disposto a lasciare. La grande incognita a suo avviso è piuttosto la nuova strategia che la banca intraprenderà. “La bellezza di Unicredit risiede nella struttura che gli ha tagliato addosso Profumo: una struttura che presenta un’integrazione verticale presente in tutti business bancari integrata con un’estensione orizzontale nei principali mercati d’Europa. Si tratta di una struttura molto complessa, ma che al contempo ha permesso alla banca di beneficiare della crescita in aree geografiche che nel corso degli anni hanno espresso grande valore”. 

 

Visione condivisa da un terzo analista che denuncia come il problema principe sullo stock sia adesso legato al fattore incertezza. “Al mercato non è chiaro dove stia andando Unicredit: potrebbero esserci dei cambiamenti con la nomina del successore di Ermotti – segnala – . Già settimana prossima il mercato avrà comunque un’idea più chiara su questo ennesimo replacement (il 9 novembre è in calendario il board per i conti) e a dicembre ci sarà la presentazione del business plan internamente alla banca.  Le Fondazioni – conclude – stanno diventando un animale strano: sono un’anomalia del sistema bancario italiano perché si crea molto rumore laddove viene percepita influenza politica e questo non piace agli investitori internazionali”.

 

Fonti finanziarie vicine alla banca contattate da questa testata rassicurano, sostenendo che per Piazza Cordusio non cambierà nulla dal punto di vista della strategia. “L’istituto continuerà a concentrarsi sui clienti e cercherà di ampliarsi”, hanno spiegato. Il 9 novembre intanto è ormai dietro l’angolo, per avere nuove garanzie. All’ora della quasi verità manca poco.