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Parmalat: giudice Usa dà ragione ai risparmiatori della class action

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Deciso calo ieri in Borsa per le azioni a marchio Parmalat: hanno terminato la giornata a 3,001 euro, appena al di sopra della barriera psicologica posta a quota tre euro, facendo segnare una flessione pari al 4,43%. Ma alla fine al titolo del gruppo alimentare in chiusura è andata persino bene. Basti pensare che nel pomeriggio l’azione era stata sospesa per eccesso di ribasso, mentre scendeva di oltre il 9%. A pesare come un macigno la notizia che il giudice distrettuale di New York, Lewis Kaplan, ha respinto un ricorso di Parmalat che chiedeva di bloccare una class action, ovvero un’azione collettiva, che ha preso il via negli Stati Uniti nel 2004, contro il gruppo di Collecchio, con la conseguenza che la nuova Parmalat ha ereditato le responsabilità finanziarie della precedente società che aveva lo stesso nome e che era guidata dal patron, Calisto Tanzi. Ciò significa che, se il giudice americano darà ragione ai risparmiatori che hanno deciso di intentare la class action statunitense in questione, essi (cioè una parte de i vecchi azionisti e obbligazionisti Parmalat) potrebbero essere risarciti dal nuovo gruppo guidato dall’amministratore delegato, Enrico Bondi.


A rendere nota la cosa è stata ieri la stessa Parmalat, che in un comunicato ha spiegato che secondo il tribunale americano, essa sarebbe subentrata “come successore di Parmalat spa in amministrazione straordinaria, e ne avrebbe, in tale veste, assunto, oltre ai diritti, tutti gli obblighi”. Tale posizione, specifica il gruppo alimentare di Collecchio, “non è congruente con il concordato omologato dal tribunale di Parma e con le decisioni di altri giudici italiani”. Il tribunale americano ha comunque tenuto a precisare che le eventuali pretese della “classe”, se riconosciute, sarebbero in ogni caso soggette alla falcidia concordataria, e l’esecuzione di una eventuale sentenza americana sarebbe demandata alla giurisdizione italiana. Parmalat sottolinea inoltre che la classe non è stata autorizzata secondo le regole di procedura americana, né è a conoscenza di elementi che facciano ritenere che possa mai essere autorizzata. Ecco perché la società italiana attiva nel settore “food” ha deciso di impugnare l’ordinanza. Da segnalare infine che fra le parti che compaiono nella class action presenziano Citigroup e Bank of America, banche d’affari già coinvolte nel crac Parmalat e per questo già citate dallo stesso Bondi con l’accusa di avere aiutato il precedente management a truccare i conti finanziari e dunque il bilancio.

Non solo, ma Parmalat ieri in serata ha anche comunicato che la propria controllata, Boschi Luigi & Figli, in seguito al nulla osta giunto dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), ha dato esecuzione al trasferimento del proprio ramo di azienda, avente a oggetto le attività operative, a Boschi Food & Beverage, società di recente costituzione, partecipata dal Consorzio Interregionale Ortofrutticolo (Cio) e dal Consorzio Casalasco, al prezzo di 30.180 milioni di euro. Sempre ieri poi Parmalat ha fatto sapere che, contestualmente al trasferimento del ramo d’azienda di proprietà di Boschi Luigi & Figli, sono stati ceduti i marchi Pomì, Pomito e Pais sempre a Boschi Food & Beverage, al prezzo di 2,32 milioni di euro. Da ricordare che Boschi opera nel settore della produzione, della trasformazione e del confezionamento di prodotti a base di pomodoro, succhi di frutta e bevande a base di tè.

 

In avvio di negoziazioni, questa mattina, il titolo Parmalat fa segnare un leggerissimo rimbalzo rispetto alla discesa di ieri, nell’ordine dell’1,30%, attestandosi a quota 3,04 euro.

 

(News aggiornata alle ore 9.15)