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Parmalat, comincia l’era francese sotto la guida di Franco Tatò

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Come da copione, Parmalat ora è francese. Nell’assemblea di ieri Lactalis ha fatto il pieno di consiglieri e ha imposto al gruppo di Parma il suo management, guidato dal nuovo presidente Franco Tatò, che inaugura così la terza stagione dell’azienda, dopo il crack di Calisto Tanzi e il risanamento di Enrico Bondi.


Con il loro 29%, i Besnier hanno ottenuto il 62,77% dei voti, aggiudicandosi 9 consiglieri su 11.

Oltre al presidente Tatò, entrano nel cda il presidente di Lactalis Italia, Antonio Sala, gli indipendenti Marco Reboa, Riccardo Zingales, Marco Jesi e Ferdinando Grimaldi Gualtieri, il legale di Lactalis in Italia Francesco Gatti, e infine Daniel Jaouen e Olivier Savary, rispettivamente direttore generale e direttore finanziario del gruppo di Laval.


La lista di Assogestioni, nella quale sono confluiti il 34,45% dei voti, ha eletto i consiglieri Gaetano Mele e Nigel Cooper. Nessuna minaccia, invece, dalla “lista fantasma” dei fondi Zenit, Skagen e McKenzie, ex-titolari del 15% di Parmalat, che ha raccolto soltanto lo 0,01%.


Il nuovo cda resterà in carica soltanto un anno, in attesa dell’elezione di un management definitivo. Nel frattempo, si attende a giorni – forse proprio per oggi – la nomina del nuovo amministratore delegato, che potrebbe essere Antonio Sala, numero uno di Galbani e uomo di Lactalis in Italia, con la sua pluriennale conoscenza del mercato alimentare italiano.


Davanti al nuovo board di Lactalis si prospetta ora un quadro di possibili strategie, che punteranno da un lato alla riorganizzazione delle attività del gruppo, dall’altro a contenere le spese (1,3 miliardi sono già stati sborsati dai Besnier per la scalata al 29% di Parmalat), e dovranno districarsi tra le insidie dello statuto del gruppo di Parma tuttora in vigore.


Secondo diversi osservatori è verosimile infatti che Lactalis voglia recuperare fondi conferendo a Parmalat i suoi asset spagnoli e francesi, del valore di 650 milioni di euro, e attingendo così al “tesoretto” da 1,4 miliardi dell’ex gruppo caseario italiano. Per fare ciò, tuttavia, lo statuto prevede il voto di tre consiglieri indipendenti in assemblea straordinaria, e, allo stato attuale, il 34% dei voti in mano alle minoranze potrebbe costituire un fastidio per i francesi. A meno che l’Opa che si chiude il prossimo 8 luglio non arrivi a raccogliere almeno il 21% delle adesioni, assicurando a Lactalis il 50% più un’azione e la facoltà di controllare con tranquillità anche le assemblee straordinarie. L’adesione, tuttavia, al momento è ferma al 2%. Non è da escludere che Lactalis compia il colpo di scena, migliorando l’offerta rispetto al prezzo dell’Opa di 2.6 euro. Tutto dipende da quanto i francesi sono disposti ad indebitarsi.